“Gomorra Le Origini” commento di Barbara Di Fabio

"Gomorra Le Origini" commento di Barbara Di Fabio

RICEVO E PUBBLICO

“Gomorra Le Origini” commento di Barbara Di Fabio

Ieri ho visto in anteprima nazionale i primi due episodi della serie #Gomorra Le origini. Mood e contesto, ricostruiti e restituiti al pubblico dando a quest’ultimo la possibilità di immergersi completamente nella storia. Mi ricordo gli anni 70, quelle ignobili giacchette e i pantaloni color nocciola, che mi passavano i miei cugini. Quindi la serie è tutto un momento amarcord che riesce a legarsi a una nostalgia del pubblico, a un “pensato ed agito” precedenti in prima persona per corroborare i motivi degli usi e costumi dei personaggi, eventi o cultura retrostante. Nella prima puntata, l’espediente della pioggia che inizia a bagnare Pietro, dopo uno sparo, un morto, per mano di Angelo la Sirena, arriva come uno schiaffo al buio per il protagonista, sancendo il suo primo contatto con il mondo criminale e che celebra il suo battesimo del fuoco. Inoltre l’inquadratura dall’alto in cui lui guarda in cielo, non esaurisce solo la predetta funzione, ma dice di più. E cioè che ci sono situazioni della vita di Pietro, come le circostanze che lo sviano da una vita da ingenuo ragazzino di strada, che lui stesso si ritrova addosso, come qualcosa che il Fato gli attribuisce, a marchiarlo nell’esistenza.
Tradizionalmente, nella letteratura, l’esempio più fuggito di pioggia che diventa “intervento” divino (o dell’autore) e la pioggia sul lazzaretto manzoniana che sancisce la fine della peste. Vista come purificazione, rinnovament, dimostrazione della Provvidenza divina.
In tal caso D’Amore ha operato un’inversione semantica e narrativa, forzando il concetto di narrantivo dell’evento atmosferico, conferendone un significato ultroneo e rappresentandola con la valenza di pioggia dantesca, di fuoco, che prelude alla dannazione di un’anima.

“Uccidere è come nascere”, dice una volta Ciro a Sangueblù. E Pietro, in questo continuo andirivieni narrativo tra il suo mondo originario, ingenuo e popolato da amici di strada coi visi appiccicati alla vetrina della pasticceria, e quel gorgo suadente esercitato da Angelo la Sirena, muore e rinasce continuamente, rapito da una realtà all’altra.
Nessuno glielo chiede, succede e fa male.
Le citazioni di C’era una volta in America sulla pasticceria e poi nella scena dei bambini sotto al letto del prete sono accuratissime e riconoscibilissime, talmente da essere fuori da ogni dubbio un omaggio piuttosto che una citazione. L’infanzia si sporca giocando in questi due episodi, e senza che Pietro e gli altri se ne accorgano (sembra), dovranno farsi legare all’albero della nave per non cedere alle malìe di un mondo criminale che inghiotte nel buio. È sempre una questione di scelte, difficile, dopo, tornare indietro (cit.), ma i ragazzi attingono nei loro desideri realtà di facile realizzazione, di sogni spiccioli, difficili da rinunciare a 15 anni.
La tensione narrativa resta sempre alta in entrambi gli episodi, nel corso dei quali si aggiungono, man mano, i nuovi elementi che costruiscono “il Mondo Gomorra” prima che fosse Gomorra; cosa quest’ultima, a mio parere, perché i personaggi, e la simbologia ad essi afferente, come il male, il bene, l’ambizione, il desiderio di progredire, ma anche – soprattutto – il disperato bisogno di essere amati, inseriscono nelle pieghe del
racconto un contraltare di archetipi in cui facile è l’immedesimazione.
Primi due episodi godibilissimi e che mantengono ciò che promettevano.

Barbara Di Fabio

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Carletto Romeo
Presentatore radiofonico e televisivo, attore tv, cinema, teatro. Blogger e webmaster "autodidatta". Scrittore... da sempre! Ma non l'ha mai detto "pubblicamente" a nessuno! E... Mi raccomando! Anche tu che stai leggendo, non lo fare!

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