“Il referendum, la giustizia ed il passato che non passa” di Francesco Tropeano

Ricevo e pubblico articolo di Francesco Tropeano

RICEVO E PUBBLICO

ARTICOLO DI FRANCESCO TROPEANO

“Il referendum, la giustizia ed il passato che non passa”

Una sera piovosa del mese scorso ho assistito ad un dibattito sul prossimo referendum. Lo schema era rigorosamente politically correct: un relatore per il sì ed un relatore per il no. Un avvocato ed un giudice. Un’ora e mezza di schermaglie davanti ad un’attenta platea. Lingua ufficiale il legalese, uno slang un tempo diffuso solo nelle cupe aule dei tribunali, ma oggi predominante nei media, e soprattutto in tv, quale componente insostituibile nei processi mediatici usati come potente arma di distrazione di massa.

In quel dibattito la platea era costituita quasi esclusivamente da avvocati che assentivano soprattutto agli argomenti per il sì. Un cortocircuito corporativo privo di memoria storica, di idee, di proposte, di visione complessiva della società.

I relatori si alternavano parlando animosamente contro lo strapotere della politica o contro lo strapotere della magistratura. Un teatrino dell’assurdo in cui si stracciavano le vesti in nome della Libertà con la elle maiuscola. E tutti questi libertari, sfidando il senso del ridicolo, non si accorgevano che il governo in carica aveva promulgato un primo decreto sicurezza in cui, fra l’altro, diventava grave reato la resistenza passiva ed un secondo decreto sicurezza che prevedeva il fermo preventivo di determinati soggetti in caso di manifestazioni pubbliche. Proprio come succedeva un secolo fa, quando i carabinieri prelevavano all’alba, dalle proprie case, i dissidenti del regime e li tenevano nelle caserme fino alle 17.

Si obietterà che, a differenza di allora, adesso occorre l’autorizzazione del giudice per il fermo, una foglia di fico aggiunta al testo originario ed inventata da Mattarella per evitare una lampante incostituzionalità. Comunque un bel passo avanti sulla strada intrapresa.

Questi ineffabili predicatori della libertà non avevano neanche sentito quella “voce del sen fuggita” al Ministro degli Esteri, con la quale preannunciava, qualunque fosse stato l’esito del referendum, la prossima mossa dell’esecutivo: un ulteriore passo per trasformare l’ordinamento giudiziario in puro e semplice strumento repressivo. Non è un’iperbole e spero sinceramente che gli eventi futuri mi smentiscano.

Cosa ha detto Tajani? Semplicemente che era allo studio del governo il passaggio della polizia giudiziaria sotto il controllo politico, cioè dei ministeri e del governo, piuttosto che sotto il controllo del magistrato come avviene adesso.

Per definizione la polizia giudiziaria in Italia è l’apparato investigativo, composto da forze dell’ordine (Polizia, Carabinieri, GdF) e ufficiali specifici, che opera sotto la direzione del Pubblico Ministero per reprimere i reati. Ai sensi dell’art. 55 c.p.p., riceve notizie di reato, assicura le prove e individua i colpevoli.

Orbene è pacifico che, se si dovessero realizzare i desiderata del governo, il PM dovrà avvalersi di un apparato che risponde alla politica, agli interessi della politica, alle priorità della politica. Non è quindi solo in gioco l’autonomia della magistratura, ma addirittura la libertà stessa dei cittadini.

Sul tavolo del magistrato arriveranno dossier, risultati d’indagine, notizie di reato confezionati in chissà quale sottoscala del ministero o peggio ancora in chissà quale covo dei servizi segreti. Al magistrato non resterà che mettere il bollo sulle carte, come un impiegato dell’anagrafe.

Durante il periodo di Tangentopoli, ero molto stupito dall’efficienza, dall’efficacia e dalla celerità nelle indagini della procura di Milano. Eppure guardando in faccia alcuni di quei giudici e sentendoli parlare mi sembravano piuttosto il pool del Commissario Basettoni.

Loro giustificavano gli straordinari successi investigativi con le confessioni a catena degli indagati, che vuotavano il sacco pur di uscire dal carcere. Corrotti e codardi della Prima Repubblica. Allora mi bastò, beata ingenuità, questa motivazione per scacciare in malo modo i miei sentimenti lombrosiani.

Quando cambia un regime è fondamentale che il regime precedente sia tacciato di ogni ignominia. Così come avvenne durante la seconda guerra mondiale. Gli Alleati sapevano della carneficina nei campi di concentramento nazisti. Ma lasciarono fare. Nessuno volle bombardare quelle rotaie che portavano treni carichi di milioni di sventurati verso le camere a gas. Così a fine guerra andò in scena il processo di Norimberga. Senza i filmati e le immagini dei campi di sterminio sarebbe stato derubricato a ben poca cosa. Più o meno una puntata de Un giorno in pretura.

A distanza di molti anni da Tangentopoli, nel febbraio 2010, il Corriere pubblica un articolo di Felice Cavallaro con fotografia a corredo.

Allora finalmente capii.

La notizia pubblicata dal Corriere non viene ripresa da quasi nessuno degli altri giornali nazionali. Alcune altre foto dell’episodio saranno pubblicate sul profilo twitter, ora X, di Wikileaks Italian.

L’allegro convivio si svolge in una caserma del ROS a Roma. È la sera del 15 Dicembre 1992, il giorno in cui viene diffusa la notizia dell’avviso di garanzia a Craxi. Di Pietro è l’unico magistrato presente. Dopo una mattinata al convegno del CSM insieme a Gherardo Colombo, sbologna il collega alla volta di Milano e si reca alla cena col fido maggiore dei carabinieri Francesco D’Agostino.

A tavola col PM uno stuolo di agenti segreti di tutto rispetto: i colonnelli operanti nei servizi Gargiulo, Del Vecchio, Conforti, il generale Vitagliano, Bruno Contrada del Sisde e poi Rocco Mario Modiati.

Chi sarà mai costui? Lo chiamano l’amico americano. Si tratta del capo della «Kroll Secret Service», la CIA di Wall Street.

Il clamore destato dalla presenza di Contrada, arrestato pochi giorni dopo per complicità con la mafia, ha posto in secondo piano un aspetto molto più intrigante: che ci faceva a quel tavolo il servizio segreto del più forte centro affaristico del mondo? Lo capiremo ben presto.

Intanto il meccanismo perfetto delle indagini di Tangentopoli si rivelava un abile gioco di prestigio. Le inchieste ed i dossier erano già belli e pronti, da tempo, da anni. Confezionati su misura ed infiocchettati dai servizi segreti. Allora mi torna in mente la dichiarazione di un manager milanese, indagato in Mani Pulite, incensurato e mai menzionato in alcun procedimento giudiziario che, riferendo l’interrogatorio con Di Pietro, si sorprende come mai il PM gli sventoli come attuale la sua foto sulla Porsche che aveva venduto cinque anni prima.

Il 30 agosto 2012 la Stampa pubblica un’intervista a Peter Semler, console americano a Milano nei primi anni 90. Nell’intervista, a proposito di Di Pietro, dice testualmente: «Ci vedemmo alla fine del 1991, credo in novembre: mi preannunciò l’arresto di Mario Chiesa e mi disse che le indagini avrebbero raggiunto Craxi e la Dc».

Il resto è storia.

In quei due anni la totalità della classe politica di governo, è sotto accusa a Milano o a Palermo. Hanno ricevuto avvisi di garanzia tutti i leader della Dc, del Psi, del Pri, del Pli. Sono andati in galera, o ci stanno per andare o saranno comunque inquisiti i massimi boiardi di Stato. Secondo uno schema abbastanza semplice, quasi banale, la Prima Repubblica si è retta con le tangenti e con la mafia. Il gran capo tangentaro sarebbe Craxi, l’uomo di Sigonella, il gran capo mafioso sarebbe Giulio Andreotti, l’uomo del bacio, ma anche l’uomo che aveva rivelato l’esistenza di Gladio, indagato per associazione di stampo mafioso e come mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.

Era chiusa da tempo la pratica Aldo Moro, l’uomo del Kippur che, nel 1973, aveva negato, in qualità di Ministro degli Esteri, l’uso delle basi militari in Italia agli americani, ancora a fianco d’Israele nell’ennesima guerra in Medio Oriente. Per questo dovette subire il sonoro cazziatone di Kissinger, presagio di imminenti sventure.

Restavano indenni le grandi aziende private come la Fininvest che aizzava i suoi svolazzanti cronisti, da Paolo Brosio ad Andrea Pamparana, che stazionavano in estasi giustizialista perennemente davanti al Tribunale di Milano. Così il partito – azienda si vedeva spianata la strada per il potere. Restava quasi indenne la Fiat che aveva mandato a Londra i suoi manager rei confessi. Appena sfiorati alcuni partiti, sia chi agitava il cappio in parlamento, sia chi, travolto dalle macerie politiche del muro di Berlino non trovava di meglio che incitare folle tumultuanti e chiassose.

Notoriamente, noi italiani siamo quelli che sferrano calci ai cadaveri.

Le inchieste di mani pulite non hanno agito nel vuoto, ma nel crogiolo d’interessi e schieramenti internazionali che vedevano con favore la scomparsa dei vecchi mediatori politici della Prima Repubblica e della loro base sociale, l’economia mista, le partecipazioni statali. Le quote di mercato dominate dall’economia statale e parastatale, facevano gola al capitale internazionale. Si apriva la grande partita delle privatizzazioni o liberalizzazioni come li chiamava la propaganda di governo.

Trent’anni fa iniziava così il lungo governo del partito liberista apparentemente diviso, per sole scaramucce di potere, tra corrente populista e corrente liberaldemocratica. La sinistra scompare. Il sedicente centrosinistra ha cassato dai suoi statuti la parola socialismo e contrabbanda qualche straccio di diritto civile per grande conquista sociale. Si inchina ai tecnofeudatari americani, alla loro avidità, alla loro invadenza.

Tuttavia, sin da subito, i nuovi governanti, che si andavano alternando al potere, cominciarono a capire che c’era un ostacolo alla loro mission. Un ostacolo che veniva dal passato ed ora era diventato una legittima camicia di forza per le loro follie liberiste. Bisognava liberarsene o per lo meno scardinarlo per renderlo innocuo. Questo ostacolo era rappresentato dalla Costituzione.

Nel 1994 tutti i sedicenti partiti presenti in Parlamento hanno già un nome nuovo e soprattutto un nuovo statuto. Quasi tutti hanno introdotto i princìpi liberisti come valori fondanti. Ciò cozza pesantemente con i valori della Costituzione, che a detta di Cossiga, il più americano dei Presidenti, era contaminata da idee socialiste.

Già nel 1997 viene istituita la Commissione Bicamerale per le riforme costituzionali, la terza in 10 anni. Viene eletto presidente Massimo D’Alema con i voti di Forza Italia e dei centristi del Polo. Le riunioni si tengono in Parlamento, ma le decisioni si prendono altrove, nelle case private dei maggiorenti. Come succede per il “patto della crostata” il 18 giugno 1997 a casa di  Gianni Letta, gran cerimoniere di Silvio Berlusconi, in cui PDS, FI, AN e PPI raggiungono l’intesa per una repubblica federale semipresidenziale ed una legge elettorale a doppio turno di coalizione. Ovviamente dentro l’intesa viene prevista la modifica del Titolo IV della Seconda parte della Costituzione, attinente alla giustizia, compresa la separazione delle carriere.

È di quell’anno l’intervista di Licio Gelli al settimanale “Il Borghese”. Il Venerabile sottolineerà come le riforme proposte dalla Bicamerale fossero molto simili al suo Piano per la Rinascita Democratica. Anche qui possiamo chiosare un bel: ovviamente!

Poi di concreto non se ne fece niente. Forse il piano era un po’ troppo ambizioso, forse si voleva tutto e subito. O più semplicemente forse era troppo presto. Si continuò però lavorare e nel giro di qualche anno i primi risultati non mancarono, a partire dalla modifica del Titolo V. La prima grande sciagura.

Il referendum del 22 marzo 2026 è il quinto referendum confermativo costituzionale. La legge attuativa di questo tipo di referendum risale al 25 maggio 1970, ma per i successivi 30 anni non si sentì alcun bisogno di esercitare questo diritto. L’impellenza, come abbiamo visto, sorge prepotente alla nascita della cosiddetta seconda repubblica quando ancora non si era spenta l’eco delle stragi mafiose e lo starnazzo mediatico di tangentopoli.

Dopo trent’anni di catastrofe sociale e di dominio ininterrotto del regime liberista, è sotto gli occhi di tutti un incipiente incarognimento della società, una lotta di tutti contro tutti e soprattutto una guerra tra poveri. Infatti la progressiva demolizione del Welfare crea quotidianamente sacche sempre più ampie di disperazione. Il ritrarsi dello Stato dai suoi doveri di buon padre di famiglia, la chiusura di presìdi sociali, sanitari e scolastici, il conseguente liberismo economico, che privilegia la grande distribuzione, ha fagocitato le piccole attività commerciali, i negozietti, le librerie, i bar, creando il deserto nelle nostre città. Ogni insegna che si spegne, ogni locale che chiude rende le vie sempre più buie, le strade sempre più infide. È il prezzo da pagare a questo regime che ha svenduto ai propri amici la sanità, la scuola, l’ università, l’energia, le comunicazioni ed ora si appresta a passare dal Welfare al Warfare macinando debiti e togliendo servizi pur di acquistare e produrre armi e strumenti di morte.

Intanto ha fatto arroccare lo Stato nei suoi fortilizi, dove in nome della sicurezza, ogni tanto si concede qualche sortita militare, sempre a favore di telecamera, con risultati soprattutto mediatici e soddisfazione beota delle sue tifoserie pseudopolitiche.

La militarizzazione della società è diventata lo sviluppo naturale dell’economia liberista, che deve difendere a tutti i costi il malloppo dei privati, ottenuto depredando pezzi di stato. In quest’ottica l’ordinamento giudiziario, non può più restare così com’è, deve svolgere un nuovo ruolo, adeguandosi alla nascente legge suprema della giungla, la legge del più forte. Il potente infatti non solo deve vincere sempre, ma deve anche avere sempre ragione. Per legge.

Allora votare No a questo referendum è il minimo sindacale. Non per mettere a posto la coscienza, ma almeno per non legittimare ed accelerare una deriva liberticida che sta sconvolgendo tutto l’ordinamento penale e mette a repentaglio la libertà di pensiero e di manifestazione. Alle nostre latitudini poi, indebolire la magistratura significa tornare al tempo del latifondo, quando la giustizia era amministrata dal capo cosca ed eseguita dai suoi tirapiedi.

Alcuni politici sedicenti di sinistra, in una sinistra che non c’è, dichiarano di votare sì, direte voi.

Ebbene, il vecchio adagio orientale ci ricorda che quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. In questa campagna referendaria abbiamo imparato che lo stolto spesso è un furbastro opportunista travestito da sempliciotto, che guarda il dito solo per guadagnarsi le simpatie di chi saggio non è, ma detiene le leve del potere.

Francesco Tropeano

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Carletto Romeo
Presentatore radiofonico e televisivo, attore tv, cinema, teatro. Blogger e webmaster "autodidatta". Scrittore... da sempre! Ma non l'ha mai detto "pubblicamente" a nessuno! E... Mi raccomando! Anche tu che stai leggendo, non lo fare!

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Carletto Romeo