Iliade, il poema della forza

"Iliade, il poema della forza" - Uno Spunto Letterario del prof. Gaetano Riggio

Lo Spunto Letterario
di Gaetano Riggio


ILIADE, IL POEMA DELLA FORZA

Così scrive Simone Weil, nel breve saggio omonimo, a proposito dell’Iliade, che lei definisce “il poema della forza”

Coloro che avevano sognato che la forza, grazie al progresso, appartenesse oramai al passato hanno visto in questo poema un documento; coloro che, oggi come un tempo, sanno discernere la forza al centro di ogni vicenda umana vi trovano il più bello, il più puro degli specchi.

Quanto è difficile oggi, continuare a “sognare” il progresso come chiave di lettura della storia umana: soltanto limitatamente a fugaci ed effimere fasi storiche, infatti, la forza e la violenza prevaricatrice si ritirano dal proscenio della storia, su uno sfondo che però lascia presagire il loro ritorno.
Oggi viviamo in una fase di rigurgito, se non di riattivazione vera e propria del vulcanismo latente della storia, di cui appunto sono consapevoli coloro che “sanno discernere la forza al centro di ogni vicenda umana”, una centralità che pare confutare ogni forma di storicismo ottimistico, di tipo illuministico – kantiano, che interpreta la storia come un passaggio dalla barbarie alla civiltà, dall’istinto egoistico alla moralità altruista, dallo scontro alla concordia, fino alla prospettiva di una pace universale e perpetua, di cui parla I. Kant.
Oggi la narrazione della guerra, sia storiografica che letteraria, non si lascia più trattare come documento di “un tempo che fu”: testimonianza di una fase della storia umana che ci siamo lasciati alle spalle, così come il treno ha soppiantato il cavallo o ancora prima la stampa la scrittura a mano, per fare un altro esempio.
Forse è proprio vero che “al centro di ogni vicenda umana” si trova sempre la forza, despota che in certi momenti pare dileguarsi, deponendo lo scettro del mondo a beneficio di altri aspiranti protagonisti come il diritto, e la morale. Ma non in modo strutturale, e permanente: si torna purtroppo, sempre e di nuovo, a un punto in cui la forza della forza torna a contendere il campo alla forza del diritto, alla forza dell’etica, o dell’amore, e i valori, le norme, i sistemi delle leggi e dell’etica si sgretolano come castelli di carta, incapaci di resistere all’urto.
La forza è tornata sfacciatamente a rivendicare la suprema necessità di essere il motore della storia: “non ce n’è uno che a un certo punto non sia costretto a piegarsi sotto la forza”, né valori, né istituzioni sacre e profane, nè popoli, che possano sottrarsi all’oltraggio che la forza può infliggere.
Lo vediamo drammaticamente accadere sotto i nostri occhi, con il genocidio israeliano a Gaza, o con il recente raid militare degli Stati Uniti in Venezuela, che ha portato al sequestro del presidente Maduro e della moglie, in spregio al diritto internazionale, nell’arrogante presentimento dell’impunità di cui sa di potere godere chi dispone di una grande forza.
L’imperio della forza, se hanno ragione coloro che discernono “la forza al centro di ogni vicenda umana”, oblitera ogni velleità di progresso morale, di sacralità della vita e dei diritti umani: chi dispone della forza, e nella misura in cui ne dispone, può abbattere e demolire ogni muro spirituale, morale, giuridico che l’uomo abbia elevato a difesa della civiltà.

Allora abbiamo chi esercita la forza, da una parte, e chi la subisce, dall’altra.

Chi possiede la forza si muove in un ambiente privo di resistenza, senza che nulla, nella materia umana attorno a lui, sia di natura tale da suscitare, tra l’impulso e l’atto, quel breve intervallo in cui risiede il pensiero. Dove il pensiero non ha posto, non ne hanno né la giustizia né la prudenza. Per questo gli uomini armati agiscono duramente e follemente.

La materia umana si piega sotto l’azione della forza che dà, a chi ne dispone, un sentimento di euforia e onnipotenza:

La forza schiaccia spietatamente, e altrettanto spietatamente inebria chiunque la possieda o creda di possederla. Nessuno la possiede veramente.

In realtà l’uomo non possiede la forza, ma ne è piuttosto posseduto per un certo tempo, finché non lo abbandona! Ma in quel frangente egli si sente ontologicamente superiore, in grado di controllare il mondo che lo circonda distruggendo tutto ciò che costituisce per lui una minaccia.
Vale per i gazawi oggi, ciò che valeva per i troiani, nel poema l’Iliade, ieri:

Ciò che essi [i greci] vogliono è niente meno che tutto. Tutte le ricchezze di Troia come bottino, tutti i palazzi, i templi e le case in cenere, tutte le donne e tutti i bambini come schiavi, tutti gli uomini come cadaveri. Dimenticano un dettaglio: non tutto è in loro potere […].

Appunto perché non tutto è in loro potere, la furia distruttiva e genocidaria si scatena in modo quasi disperato, in modo da scongiurare il manifestarsi, prima o poi, di quel contropotere con cui la storia opera la sua nemesi.
Tutti i maschi adulti devono essere annientati, o addomesticati e assimilati, nel mondo antico per mezzo della schiavitù, oggi a Gaza attraverso la privazione dell’identità culturale e sociale, che Israele persegue per mezzo della sistematica distruzione di moschee, chiese, università, edifici storici e culturali, e la costrizione a lasciare i luoghi familiari, per diventare profughi, apolidi senza patria e senza identità.
“Nessuno possiede veramente la forza”, afferma Simone Weil. Dovrebbero saperlo bene gli israeliani, se non fosse per quella ebbrezza, per quella superbia indifferente e inumana che corrompe coloro a cui la forza arride, e che ha fatto dimenticare agli israeliani le sventure dei padri, il genocidio del loro popolo per mano dei nazisti.
I figli di quella generazione sventurata hanno dimenticato la lezione dell’umiltà che avrebbero dovuto insegnare agli altri: il vittimismo è solo una posa.

Anzi, la trasformazione di Israele da Stato di figli e figlie di vittime dell’ingiustizia della storia a Stato di carnefici e operatori di ingiustizia nella storia conferma quella legge che Simone Weil scorge formulata in modo sublime nel poema omerico:

Così la violenza schiaccia quelli che tocca. Essa finisce con l’apparire esterna a chi la esercita e a chi la subisce; nasce allora l’idea di un destino sotto il quale i carnefici e le vittime sono parimenti innocenti, i vincitori e i vinti fratelli nella stessa miseria. Il vinto è causa di una sventura per il vincitore come il vincitore per il vinto.

Il vinto di oggi sarà il vincitore di domani, l’uno e l’altro vittime del medesimo destino, rispetto al quale sono entrambi marionette, in un avvicendamento delle sorti in cui trionfa la necessità della forza, rispetto alla quale nessuno è privilegiato.
Pur essendo Omero un greco, nessun accento di trionfalismo trapela dalle sue parole, ma di profonda equità:

La straordinaria equità che ispira l’Iliade ha forse esempi a noi sconosciuti, ma non ha avuto imitatori. Si avverte appena che l’autore è greco e non troiano.

Una possibile spiegazione di questa capacità di ergersi al di sopra della contingenza delle vicende umane, è quella fornita da Tucidide, secondo il quale ottant’anni dopo la distruzione di Troia gli Achei subirono a loro volta una conquista, ci si può chiedere se quei canti … non siano canti di quei vinti, alcuni dei quali andarono forse in esilio. Costretti a vivere e a morire «lontano dalla patria» come i Greci caduti davanti a Troia, avendo perduto come i Troiani le loro città, ritrovavano se stessi sia nei vincitori, che erano i loro padri, sia nei vinti, la cui miseria somigliava alla loro; la verità di quella guerra ancora vicina poteva mostrarsi loro attraverso gli anni, senza essere velata né dall’ebbrezza dell’orgoglio né dall’umiliazione. Potevano figurarsela a un tempo da vinti e da vincitori, e conoscere così ciò che mai né vincitori né vinti hanno conosciuto, essendo gli uni e gli altri accecati.

Nessun poema successivo eguaglia la sublime nobiltà dell’Iliade: nè l’Eneide di Virgilio nè le Chansons de geste del Medioevo:

l’Eneide è una imitazione che, per quanto brillante, è deturpata dalla freddezza, dalla declamazione e dal cattivo gusto. Le Chansons de geste non hanno saputo raggiungere la grandezza per mancanza d’equità; nella Chanson de Roland la morte di un nemico non è sentita dall’autore e dal lettore come la morte di Rolando.

La cultura spirituale greca, secondo Simone Weil, è nettamente superiore sia a quella romana che a quella ebraica:

Sia i Romani sia gli Ebrei hanno creduto di essere sottratti alla comune miseria umana, i primi in quanto nazione scelta dal destino per dominare il mondo, i secondi per il favore del loro Dio e nella misura esatta in cui gli obbedivano. I Romani disprezzavano gli stranieri, i nemici, i vinti, i loro sudditi, i loro schiavi; perciò non ebbero né epopee né tragedie. Sostituivano le tragedie con i giochi del circo. Gli Ebrei vedevano nella sventura il segno del peccato e di conseguenza un legittimo motivo di disprezzo; consideravano i loro nemici vinti come se fossero in orrore a Dio stesso e condannati a espiare dei crimini, cosa che rendeva lecita e persino indispensabile la crudeltà.

La rivelazione greca, secondo Simone Weil, comincia con l’Iliade e culmina con il Nuovo Testamento, portatori di un umanesimo autentico, che affratella gli uomini nell’intuizione di una condizione esistenziale universale, nell’intuizione di quella miseria umana che nel cristianesimo trova espressione nel Gesù crocifisso!
Un accecamento spirituale accomuna paradossalmente sia i Romani che gli Ebrei: gli uni e gli altri ottenebrati da una hybris (tracotanza), che fa loro ritenere di godere di un privilegio rispetto al resto del genere umano: i primi, in quanto nazione scelta dal destino per dominare il mondo, i secondi in quanto popolo eletto, destinatario di una salvezza esclusiva in virtù del patto con Dio.
Gli Stati Uniti, con la dottrina del destino manifesto, risalente già al Seicento, e poi ribadita nell’Ottocento (di cui è corollario la dottrina Monroe, ed ora Donroe!) hanno ereditato la loro tracotanza sia da Roma che da Israele: dalla prima il culto del successo nella sua forma bruta, dall’altra l’abito teologico con cui travestirlo, e legittimarlo.

La dottrina del destino manifesto: che bel documento del delirio umano di onnipotenza (nella fattispecie, anglosassone )!

Così scrive il teologo inglese John Winthrop nel 1630, durante il viaggio dall’Inghilterra al Massachusetts, a proposito del futuro della nuova colonia:

“Saremo una città sulla collina. Gli occhi di tutte le persone del mondo sono su di noi. Se tradiremo Dio nell’opera che abbiamo intrapreso, egli ritirerà l’aiuto che ci ha dato, diventeremo una storia da raccontare e racconto che correrà attraverso il mondo.”

Essere “una città sulla collina” significa essere città eletta da Dio, proprio come Gerusalemme, la città che sorge sul monte Sion, che Dio ha scelto attraverso un patto (testamento, covenant) per realizzare il suo piano di salvezza e redenzione.

Un altro testo fondamentale è l’articolo di John O’Sullivan del 1845, uscito sulla rivista “Democratic Review”, in cui l’autore, nel sostenere l’annessione del Texas, a un certo punto proclama:
“our manifest destiny to overspread the continent allotted by Providence for the free development of our yearly multiplying millions” (“il nostro destino manifesto di espanderci nel continente concessoci dalla Provvidenza per il libero sviluppo dei nostri milioni di cittadini, che si moltiplicano di anno in anno”).
Il continente americano nel suo insieme è lo spazio vitale per il libero sviluppo del popolo statunitense, perché è Dio stesso che glielo ha concesso, secondo un destino e una missione che si chiariranno strada facendo.
Appare evidente il rivestimento ideologico del puro istinto della sopraffazione di un popolo a scapito di altri, la voracità di appropriarsi di nuove terre altrui, intesa come legittima perché voluta dalla Provvidenza per creare e diffondere una forma superiore di civiltà.
In realtà, è pura razzia, il cui programma è stato ripreso dal bandito e criminale Donald Trump: ora tocca al Venezuela, poi alla Groenlandia…

Gaetano Riggio


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Carletto Romeo