Carletto Romeo
La Palestina: “Una terra senza popolo per un popolo senza terra”? di Gaetano Riggio

Lo Spunto Letterario
di Gaetano Riggio
LA PALESTINA: “UNA TERRA SENZA POPOLO PER UN POPOLO SENZA TERRA”?
Il sionismo – lo dobbiamo ribadire – non è un movimento politico che possa essere spiegato semplicemente partendo dal libro di Theodor Herzl “Lo Stato ebraico” (1896), e dalla situazione culturale, sociale e giuridica, che travagliava l’esistenza delle comunità ebraiche sparse per l’Europa, soprattutto centrale e orientale, alla fine dell’Ottocento.
L’immagine degli ebrei come un popolo perseguitato risulta del tutto parziale, e incapace di rendere conto delle radici profonde del consenso sul quale il progetto sionista avrebbe potuto fare affidamento.
La Dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 – con la quale il governo dell’impero britannico offre il suo appoggio alla costituzione di uno Stato ebraico in Palestina, e senza la quale oggi non esisterebbe uno Stato di Israele (nè avremmo un genocidio in corso) – non nasce dal nulla, ma viene da lontano.
Prendiamo uno slogan tipicamente colonialista, che descriva una terra lontana come disabitata e deserta, e dunque disponibile alla colonizzazione europea, “come se” in quella terra non esista una popolazione autoctona, da ignorare e all’occorrenza sterminare: è accaduto tante volte nella storia del colonialismo europeo!
Ebbene, uno slogan simile venne coniato da un esponente della Chiesa scozzese, Alexander Keith, e lo si trova in un suo libro del 1843 “La Terra di Israele secondo il patto con Abramo, Isacco, e Giacobbe”.
Keith era un esponente della teologia protestante e puritana del restaurazionismo, che caldeggiava un ritorno degli ebrei in Palestina come compimento delle profezie bibliche e premessa della seconda venuta di Gesù Cristo.
Eccolo allora affermare che gli Ebrei sono “a people without a country; even as their own land, as subsequently to be shown, is in a great measure a country without a people”.
In traduzione: “gli ebrei sono un popolo senza terra; così come la loro terra – come sarà mostrato di seguito – è in larga parte una terra senza popolo.”
La Palestina sarebbe dunque “la loro propria terra” (their own land) per assioma teologico, il che rendeva irrilevante la presenza di una secolare popolazione autoctona, di cui Keith non poteva ignorare l’esistenza, dato che egli aveva visitato la Terra Santa nel 1839 per conto della Chiesa di Scozia, e poi una seconda volta con il figlio.
QUESTO SLOGAN VERRÀ RIPRESO IN SEGUITO E CONTINUERÀ A ECHEGGIARE PER TUTTO L’OTTOCENTO E GLI INIZI DEL NOVECENTO
Prima di documentarlo, giova fare una breve premessa relativa alla storia dell’attuale Medio Oriente intorno ai primi decenni dell’Ottocento.
La Palestina era allora parte della provincia ottomana della Grande Siria, che comprendeva non solo la Siria, ma anche il Libano e la Palestina attuali. Ma l’impero ottomano, retto dal sultano di Istanbul, era già in fase di evidente declino, come dimostrò la guerra mossa contro l’impero ottomano dal pascià d’Egitto Ali Mohammad, che nel 1831 conquistò la Grande Siria suscitando le preoccupazioni e poi l’intervento dell’impero britannico, che temeva l’espansionismo egiziano, e la penetrazione russa nel Mediterraneo, in caso di caduta di Istanbul. Londra costrinse Mahammad Ali a ritirarsi dalla Siria, ma il vuoto di potere era evidente.
L’USO DELLO SLOGAN DA PARTE DI LORD SHAFTESBURY
A trarre conclusioni politiche e teologiche importanti contribuì Anthony Ashley-Cooper, VII conte di Shaftesbury. Nel luglio 1853, nel periodo precedente ai preparativi per la Guerra di Crimea, scrisse al primo ministro Aberdeen che la Grande Siria era “un paese senza una nazione” che aveva bisogno di “una nazione senza un paese…” “Dove è una cosa del genere? Di sicuro c’è, gli antichi e legittimi signori del suolo, gli Ebrei!” Nel maggio dell’anno successivo, scrisse nel suo diario: “La Siria è ‘sprecata senza un abitante’; queste vaste e fertili regioni saranno presto senza un sovrano, senza una potenza nota e riconosciuta che ne reclami il dominio. Il territorio deve essere assegnato a qualcuno o a qualcun altro… C’è un paese senza una nazione; e Dio ora, nella Sua saggezza e misericordia, ci indirizza verso una nazione senza un paese”.
Nel 1875, Shaftesbury disse al raduno annuale generale del Fondo per l’esplorazione della Palestina che “Abbiamo là una terra piena di fertilità e ricca di storia, ma quasi senza un abitante — una terra senza un popolo, e guardate! sparso per il mondo, un popolo senza un paese”.
Molto si è discusso tra gli storici e i commentatori sul significato dello slogan, ma dalle riflessioni di Shaftesbury emerge chiaramente che esso oscilla tra la falsa insinuazione che la Palestina fosse disabitata (“quasi senza un abitante”) o comunque abitata da una moltitudine di persone non qualificabile come popolo o nazione (“un paese senza una nazione”, “una terra senza un popolo”) e la preoccupazione geopolitica per i rischi e le opportunità legate al declino ottomano (“queste vaste e fertili regioni saranno presto senza un sovrano, senza una potenza nota e riconosciuta che ne reclami il dominio”)!
Fatte queste premesse, era chiaro per Shaftesbury che l’Inghilterra avrebbe dovuto assegnare quel territorio agli “antichi e legittimi signori del suolo, gli Ebrei”!
Come sottolinea Diana Muir, gli occidentali guardavano al Mediterraneo orientale come alla Terra Santa, come alla Terra di Israele. Interpretavano la storia e la geografia del Vicino Oriente secondo la categoria veterotestamentaria della storia della salvezza, che ha il suo fulcro in Israele. Ma si tratta di un punto di vista tipicamente protestante, ed anglosassone, come abbiamo visto.
È per dogma teologico – della teologia evangelica e protestante della restaurazione degli ebrei in Palestina – che gli ebrei vengono proclamati da Shaftesbury come “gli antichi e legittimi signori del suolo” della Palestina!
D’altronde Shaftesbury ebbe come consigliere il sacerdote evangelico Edward Bickersteth (1786-1850), secondo il quale “ solo la creazione di un regno di Israele avrebbe permesso ai figli di Israele di ritornare sulla loro terra e convertire il mondo intero al Cristianesimo.”
In modo analogo, il conte di Shaftesbury “vedeva nei figli d’Israele i discendenti di una razza antica che, dopo la conversione futura al Cristianesimo, sarebbero diventati un popolo moderno, alleato naturale della Gran Bretagna”.
Il settimo conte di Shaftesbury era un fervente cristiano evangelico, parlamentare britannico conservatore, imparentato con lord Henry John Temple, terzo visconte di Palmerston(1784-1865), ministro per gli affari esteri dal 1830 al 1841, che egli riuscì a convincere ad aprire un consolato inglese a Gerusalemme (1839) come primo passo di una penetrazione politica inglese in Palestina. Ancora prima, nell’ambito dei rapporti tra Gran Bretagna e Impero ottomano, venne fondata la Società per l’esplorazione della Palestina (1804), e poi nel 1809 la Società londinese per la promozione del Cristianesimo tra gli ebrei.
Shaftesbury era convinto che la Provvidenza stessa, nel contesto della crisi dell’Impero ottomano, additava all’Impero britannico la missione di prendersi carico del destino della Grande Siria, e della Palestina in particolare, con lo scopo messianico di fare rientrare gli ebrei nella Terra dei Padri, secondo un disegno messianico di restaurazione del regno di Israele come premessa per il ritorno di Gesù Cristo.
Ma non si trattava di una singolare convinzione di un esaltato, ma di una mentalità radicata nel protestantesimo evangelico inglese e statunitense, e nella sua élite religiosa e politica.
Agli occhi di molti inglesi dell’epoca, l’associazione di argomenti economici e considerazioni religiose appariva convincente ed efficace. L’articolo di Shaftesbury, ‘Lo Stato, e la rinascita degli ebrei’, pubblicato nel Times, fu per il sionismo cristiano quello che ‘Lo Stato degli ebrei’ di Herzl sarebbe stato nel 1896 per il sionismo ebraico.
ALTRE TESTIMONIANZE DELLO SLOGAN “UNA TERRA SENZA POPOLO PER UN POPOLO SENZA TERRA”
Dopo Shaftesbury, uno scrittore di una rivista presbiteriana disse ai lettori che “Sicuramente la terra senza un popolo e il popolo senza una terra sono destinati ad incontrarsi presto e a possedersi a vicenda” e, in un saggio del 1858, ancora un altro presbiteriano scozzese, Horatius Bonar, sostenne “il ritorno degli ebrei in Israele …, in cui noi abbiamo un popolo senza un paese, e un paese senza un popolo”.
Dopo un in viaggio in Terra Santa nel 1881, l’americano William Eugene Blackstone, un altro fautore cristiano del ritorno della popolazione ebraica in Palestina, scrisse che “questa fase della questione presenta una sorprendente anomalia – una terra senza un popolo, e un popolo senza una terra.”
Anche gli Anglicani favorirono il concetto. Nel 1884, George Seaton Bowes, un ecclesiastico dell’Università di Cambridge, sostenne il ritorno degli Ebrei in Palestina e anche lui usò la frase, “una terra senza un popolo … per un popolo senza terra.”
John Lawson Stoddard, un Bostoniano, diventò ricco viaggiando in terre lontane e poi tenendo conferenze al suo ritorno. In un diario di viaggio del 1897, egli esorta gli Ebrei: “Voi siete un popolo senza una terra; c’è una terra senza un popolo. Siate uniti. Realizzate i sogni dei vostri antichi poeti e patriarchi. Tornate, tornate alla terra di Abramo”.
Insomma, entro la fine dell’Ottocento, la frase era di uso comune sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti tra i cristiani interessati al ritorno della popolazione ebraica in Palestina. L’uso cristiano della frase continuò nel primo decennio del XX secolo.
Il primo uso della frase da parte di un Sionista risale al 1901, quando Israel Zangwill, probabilmente rifacendosi allo slogan di Shaftesbury, scrisse nella Nuova Rivista Liberale che “La Palestina è una terra senza un popolo; gli Ebrei un popolo senza un paese.’”
LA RITRATTAZIONE DEL FALSO E MENZOGNERO SLOGAN DA PARTE DEL SIONISTA EBREO ISRAEL ZANGWILL.
Israel Zangwill non fu il primo a usare lo slogan “la Palestina è una terra senza un popolo; gli ebrei sono un popolo senza una terra”, come si era pure creduto. Fu però il primo sionista ebreo ad usare questo slogan, che se non altro non fu disdegnato come strumento propagandistico dal nascente movimento sionista, del quale Zangwill fu militante della prima ora, in stretto contatto con Theodor Herzl.
Ma egli non tardò ad avere dei dubbi sulla sua veridicità, che espresse pubblicamente, il che lo portò a prendere le distanze dal progetto sionista di un ritorno in Palestina, e a fondare nel 1905 l’Organizzazione territorialista ebraica, che escludeva un ritorno degli ebrei in Palestina e sosteneva un loro trasferimento in qualunque altra terra fosse disponibile.
Se nel 1902 Zangwill scriveva ancora che la Palestina “è in questo momento un territorio turco quasi disabitato, abbandonato e in rovine” (“remains at this moment an almost uninhabited, forsaken and ruined Turkish territory”), già dopo pochi anni Zangwill era divenuto pienamente consapevole del pericolo arabo, affermando, ad una conferenza a New York, che “la Palestina ha già i suoi abitanti. Il territorio di Gerusalemme ha già una densità di popolazione che è il doppio di quella degli Stati Uniti” lasciando ai sionisti la scelta o di cacciare gli arabi o trattare con una numerosa popolazione aliena (“Palestine proper has already its inhabitants. The pashalik of Jerusalem is already twice as thickly populated as the United States” leaving Zionists the choice of driving the Arabs out or dealing with a “large alien population”).
CHI DICE LA VERITÀ, PER IL SIONISMO È UN TRADITORE. ZANGWILL SOTTO ACCUSA
Nel 1908 “Zangwill affermò a Londra che era stato ingenuo nel suo discorso del 1901 [quando riprese lo slogan di Alexander Keith] e che si era reso conto della vera densità della popolazione araba, doppia rispetto a quella degli Stati Uniti.
Nel 1913 egli criticò quanti insistevano a ripetere che la Palestina era vuota e abbandonata e che lo definivano un traditore per avere detto il contrario”.
Secondo quanto riferisce Ze’ev Jabotinsky, Zangwill gli disse nel 1916 che “se tu vuoi dare una terra a un popolo senza terra, è una sciocchezza permettere che sia la terra di due popoli” (‘it is utter foolishness to allow it to be the country of two peoples’). Ciò può soltanto causare problemi. Soffriranno gli ebrei e parimenti i loro vicini (‘The Jews will suffer and so will their neighbours’).”
LA PROFEZIA DI ZANGWILL DELLA PULIZIA ETNICA E DEL GENOCIDIO: O L’UNA O L’ALTRA: O UN ALTRO POSTO PER GLI EBREI O UN ALTRO POSTO PER I LORO VICINI
O l’una o l’altra: bisognerà trovare un altro posto o per gli ebrei o per i loro vicini’. (“One of the two: a different place must be found either for the Jews or for their neighbours”.)
Nel 1917 scrisse: “‘Give the country without a people,’ magnanimously pleaded Lord Shaftesbury, ‘to the people without a country.’ Alas, it was a misleading mistake. The country holds 600,000 Arabs.’”
In traduzione: “Dare il paese senza un popolo al popolo senza una terra, come magnanimamente promesso da Lord Shaftesbury! Ahimè, che ingannevole errore. Ci vivono 600,000 Arabi!
L’INGANNEVOLE E DISONESTA DICHIARAZIONE BALFOUR (NOVEMBRE 1917)
Alla luce di quanto detto, e si dibatteva agli inizi del Novecento, non si può affatto sostenere che Balfour e il governo inglese non potevano prevedere la tragedia secolare che avrebbero innescato con la loro decisione di appoggiare il sionismo, illudendo l’opinione pubblica che i diritti degli Arabi non sarebbero stati violati o compromessi.
Era tutto evidente già allora, come dimostrano le riflessioni del sionista Zangwill: che fraudolento errore fare credere che la Palestina fosse disabitata, che non sarebbero sorte tensioni e conflitti sempre più gravi, che non ci sarebbero stati soprusi e violazioni, fino all’esito fatale della pulizia etnica e del genocidio: “O l’una o l’altra: bisognerà trovare un altro posto o per gli ebrei o per i loro vicini”!
Gaetano Riggio
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