“Vocazione Lustrascarpe: una storia italiana” di Francesco Tropeano

"Quando in Italia venne adottato il sistema ATECO, sorse subito un’aspra polemica..."

RICEVO E PUBBLICO

ARTICOLO DI FRANCESCO TROPEANO

“Vocazione Lustrascarpe: una storia italiana”

Quando in Italia venne adottato il sistema ATECO, sorse subito un’aspra polemica, tra gli addetti ai lavori, a proposito del codice 96.09.09 che veniva attribuito a coloro che, di mestiere, facevano i lustrascarpe. Fu una battaglia senza esclusione di colpi tra economisti, fiscalisti e studi commerciali.
Il Codice ATECO (ATtività ECOnomiche) è una classificazione utilizzata dall’ISTAT che
identifica l’attività economica svolta da un’impresa o da un professionista, essenziale per l’apertura della Partita IVA, per adempimenti fiscali e contributivi, e serve a descrivere in modo specifico il settore di attività tramite codici che vanno dal macro-settore ( in questo caso la prima cifra 96 fino al dettaglio specifico).
Orbene, i contestatori sostenevano che il codice 96.09.09 era stato attribuito in maniera
inappropriata ai lustrascarpe, che invece dovevano fare riferimento alla macrocategoria 95
all’interno del codice 95.23.00 che era così formulato: “Riparazione e manutenzione di calzature e articoli da viaggio in pelle, cuoio o in altri materiali simili”.
Non avevano capito niente!!!
Fare il lustrascarpe non è soltanto una banale forma di manutenzione delle calzature. È una postura, uno stile di vita, una passione, una vocazione, una professione! Che fa il paio con la professione più antica del mondo.
L’immaginario della nostra generazione cristallizza il lustrascarpe nell’immediato dopoguerra, celebrato da quel capolavoro che fu «Sciuscià» di Vittorio De Sica. Ma anche allora ci furono altri esempi, già nella Repubblica prima della Repubblica, quella di Salò.
Era il primo pomeriggio del 25 aprile 1945 e Mussolini scendeva livido le scalinate
dell’Arcivescovado di Milano. Il cardinale Schuster gli aveva appena comunicato che era meglio arrendersi senza condizioni ed alla replica piccata del Duce che negava recisamente questa possibilità, anche per non tradire l’alleanza con i nazisti, il cardinale, con un accenno di sorriso compassionevole, gli rivelò che i tedeschi, ad alti livelli, stavano trattando con gli angloamericani ed avevano addirittura appena sottoscritto la resa. Un colpo terribile per Mussolini.

Si precipita in prefettura cercando inutilmente di contattare l’Alto Comando tedesco, si consulta quindi con le massime gerarchie dell’esercito, della milizia e di quel che rimaneva del partito. La maggior parte di costoro da tempo, all’insaputa del Duce, erano in trattativa con gli americani.
Cercano quindi di convincerlo a rimanere a Milano e consegnarsi alle truppe alleate.
Ma Mussolini non poteva accettarlo: già si vedeva portato al guinzaglio, come un trofeo, per le capitali del mondo.

I gerarchi lo sbologneranno così verso Como, con una variopinta carovana al seguito. Certo gli giurano e spergiurano che lo avrebbero raggiunto quanto prima, questione di qualche ora, dopo aver radunato le truppe e poi da Como sarebbero ripartiti in forze, pronti ad affrontare la madre di tutte le battaglie, nel ridotto della Valtellina.
In serata, il Duce è già in partenza da Milano, con al seguito tutto il caravanserraglio di amanti, ex amanti, figli spuri, mezzi ministri di Salò e la scorta tedesca guidata dall’SS Fritz Birzer. Poco dopo l’uscita da Milano, all’altezza di Lainate, la colonna perde per strada il camioncino di documenti riservati, selezionati di persona dal Duce per l’autodifesa: un episodio carico di sinistri presagi.
La sgangherata colonna arriva alla prefettura di Como poco prima delle 22 e qui Mussolini passa una notte insonne passeggiando su e giù, litigando anche con Claretta che ancora spera nei tedeschi e aspettando chi non sembra arrivare mai. Dovevano sopraggiungere le Brigate Nere, la Ettore Muti, la Decima Mas, gli uomini della Leonessa, le ultime truppe dell’esercito repubblichino. Ma le ore passano e non compare nessuno, malgrado anche la radio avesse lanciato un appello per far convergere tutti i fascisti su Como. Per il Duce è ormai chiaro che i suoi accoliti se lo sono venduto.
Molti gerarchi e comandanti militari, fascisti del giorno prima, infatti, folgorati sulla via di Como, avevano rispolverato la vocazione degli sciuscià e con molta professionalità si erano messi a disposizione degli americani, dopo esserlo stati per i tedeschi durante i giorni di Salò.
Non dimentichiamo che il tesserino di appartenenza alla X mas era scritto in italiano e tedesco, con tanto di timbro del Reich. E proprio il Comandante della X, piuttosto che andare a Como, scioglie la sua legione e si trasferisce in via Beatrice d’Este, a casa di Nino Pulejo, comandante partigiano.
Successivamente, travestito da tenente americano, si farà scortare a Roma, nientepopodimeno, che dal futuro capo della Cia James Jesus Angleton.
Jimmy per gli amici.
Non è un caso che questi capitani coraggiosi (sic!), costituiscano ancor oggi gli idoli più adorati nel Pantheon del populismo liberista, sfacciatamente servile agli interessi privati dei tecnofeudatari americani.

Anche se in tutt’altro contesto, voglio ricordare Nino Pulejo, giovane 27enne socialista messinese, giornalista, laureato in legge, Ufficiale carrista del R.E., già Sottotenente di Polizia nella “Caruso”, Comandante della Brigata Matteotti e poi Capo della polizia partigiana a Milano. È colui che dietro ordine di Parri e di Pertini, si presentò a Piazzale Loreto con i suoi uomini e con 18 bare. Dopo aver riposto i cadaveri di Mussolini, della Petacci e degli altri gerarchi, fece cessare quella triste esibizione di morti, che tanto imbarazzò i Capi della Resistenza

Intanto a Como, la notte del 25 aprile stava ormai lasciando il posto ai primi chiarori del nuovo giorno. I gerarchi al seguito del Duce si erano appisolati sui divani del salottino nell’appartamento del prefetto, quando, erano da poco passate le quattro e mezza, si sentono rumori di motori e un confuso vociare.
Arrivano i nostri! – pensano tutti.
Invece nel cortile c’era già la macchina di Mussolini, l’Alfa Romeo 2800 metallizzata, con alla guida Mario Salvati, che aveva acceso i motori ed era pronta a partire. Destinazione ufficialmente segreta, in realtà soggiornerà a Menaggio nella Villa Cademartori del noto imprenditore lattiero caseario.
Un’altra beffa per il Duce che aveva dovuto rinunciare ai latticini per ordine dell’ufficiale medico tedesco, Georg Zachariae, appositamente inviatogli da Hitler per curarlo dalla sospetta, e mai documentata, ulcera gastrica.
Finalmente la mattina del 26 Aprile a Milano si concentrano tutte le forze fasciste che avrebbero marciato su Como per unirsi a Mussolini. Più che un battaglione di combattimento sembrava un treno per Lourdes con tanto di malati in barella e centinaia e centinaia di ausiliarie. Non c’era neanche il plenipotenziario della città di Milano, Augusto Cantagalli (Capo della Segreteria politica del PFR), il quale, appena partito Mussolini, la notte stessa del 25 aprile, si reca da un emissario di Badoglio, con padre Eusebio, cappellano delle Brigate Nere, e si consegna di fatto al CLN Alta Italia ricevendo in cambio un bel bracciale della Resistenza, che gli permetterà di muoversi liberamente. La mattina successiva è invece in prefettura per firmare la resa in nome di tutte le unità
militari e politiche fasciste ancora presenti a Milano, ovvero quelle stesse forze che egli avrebbe dovuto far convergere al più presto verso Como.
Anche a Como dove intanto era giunto, e veniva tenuto a bagno maria, qualche migliaio di fascisti, Pino Romualdi, vice segretario del PFR, si affanna a raggiungere un’intesa con il locale comando partigiano per far uscire indenni dalla città lui stesso ed i restanti fascisti.


Così Mussolini, sedotto e bidonato, si avvia solingo ed inerme verso il suo tragico destino.
I nuovi lustrascarpe degli americani non saranno certo lasciati a sé stessi, dopo essere stati salvati dal carcere e magari dalla morte. Saranno reclutati per la guerra prossima ventura: la guerra fredda, che porterà comunque bombe, stragi e lutti. Ma questa è un’altra storia e con ben altri codici. Ne riparleremo presto.


POST SCRIPTUM
È doveroso da parte mia avvisare di un recente aggiornamento, tutti coloro, che nelle istituzioni, nella politica e nella società, si riconoscono nella imperitura vocazione di lustrascarpe oppure vogliono intraprendere una così nobile professione: dal 1° aprile 2025 il nuovo codice ATECO per lustrascarpe non è più il 96.09.09, bensì è stato modificato in 96.99.99. Buon lavoro!

Francesco Tropeano

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Carletto Romeo
Presentatore radiofonico e televisivo, attore tv, cinema, teatro. Blogger e webmaster "autodidatta". Scrittore... da sempre! Ma non l'ha mai detto "pubblicamente" a nessuno! E... Mi raccomando! Anche tu che stai leggendo, non lo fare!

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Carletto Romeo