Carletto Romeo
“Alle radici nascoste della rinascita dello stato di Israele” di Gaetano Riggio

Lo Spunto Letterario
di Gaetano Riggio
ALLE RADICI NASCOSTE DELLA RINASCITA DELLO STATO DI ISRAELE
Non è esoterismo. Né complottismo. Ma un’esposizione documentabile su un fattore esplicativo importante, senza il quale la sorprendente rinascita dello Stato di Israele in Palestina nel 1948 non avrebbe una spiegazione esauriente e accettabilmente completa.
Il luogo comune che vede nello Stato di Israele una sorta di “concessione” fatta agli ebrei dall’Europa (attraverso l’atto formale della risoluzione ONU n. 181 del 29 novemre 1947) come risarcimento per il genocidio perpetrato dal Terzo Reich durante la Seconda Guerra Mondiale, non spiega se non poco, poiché già all’atto della promulgazione delle leggi di Norimberga (1935), che segna l’inizio ufficiale delle persecuzione contro gli ebrei nella Germania nazista, il processo di costituzione di un nucleo nazionale e statale ebraico in Palestina, era a uno stadio avanzato.
È molto più pertinente considerare la data del 2 novembre 1917, quando il ministro degli Esteri britannico Balfour scrive una lettera (nota come dichiarazione Balfour) che invia a lord Walther Rothschild (in qualità di alto rappresentante della comunità ebraica inglese e del neonato movimento sionista), con la quale lo informa che il governo di Sua Maestà avrebbe appoggiato e favorito un’immigrazione ebraica in Palestina per la creazione di un focolare nazionale ebraico, vale a dire in quel luogo che nel Vecchio Testamento è profeticamente chiamato la Terra Promessa.
Ma questa dichiarazione non può a sua volta non sorprendere. Infatti, come è stato possibile che una minoranza discriminata e ancora perseguitata, soprattutto nell’Europa orientale e nella Russia zarista, sia riuscita a suscitare l’interesse niente poco di meno che dell’impero britannico, che allora dominava il mondo, al punto da indurlo a prendersi un impegno che neanche allora non poteva non mostrare lati oscuri e inquietanti?
Ricordiamo che solo da qualche anno il sionismo si era organizzato a livello politico con il primo congresso sionista mondiale di Basilea, tenutosi il 27 agosto 1897. L’ascesa è stata fulminante, se è vero – ed è vero – che 20 anni dopo gli ebrei ottennero il consenso e l’appoggio della più grande potenza imperiale di quell’epoca a creare un proprio focolare nazionale in Palestina.
Per spiegare questa anomalia, occorre rivedere, e correggere in parte, l’immagine tradizionale degli ebrei come di un popolo che, secondo l’opinione quasi unanime dei cristiani, era fuori dalla grazia di Dio, e sul quale gravava un anatema teologico almeno dai tempi di Paolo di Tarso, confermato poi dai padri della Chiesa, e dal pregiudizio comune.
L’interpretazione teologica cattolica dei rapporti tra ebrei e cristiani – secondo la quale il cristianesimo, in virtù di Gesù Cristo, è l’erede e il compimento della storia ebraica della salvezza, la Chiesa è la Nuova Israele, e il regno di Dio annunciato da Gesù Cristo è la nuova Gerusalemme – prevalente fino alla fine del Medioevo, è stata messa in discussione dalla teologia e dall’escatologia delle Chiese riformate alla fine del Cinquecento, soprattutto di matrice calvinista.
Alla maledizione del popolo ebreo, reo di non avere riconosciuto la messianicità di Gesù, che è compimento di tutta la rivelazione e fondamento di una nuova alleanza (Nuovo Testamento) tra Dio e l’uomo, che supera la vecchia alleanza con il popolo ebreo (Vecchio Testamento), a tutto ciò subentra, con la riflessione teologica protestante, una rivalutazione del ruolo specifico del popolo ebraico nella storia della salvezza, che possiamo chiamare sionismo cristiano.
IL PROTOSIONISMO
Nella libera rilettura protestante delle Sacre Scritture – che Lutero aveva autorizzato secondo il famoso principio del “libero esame” -, il Vecchio Testamento riacquista una sua autonomia, così come le speranze messianiche del popolo di Israele, che non vengono considerate superate, ma come un prerequisito della stessa Parusia, cioè della Seconda Venuta di Cristo.
Secondo la ricostruzione di Enrico Targa (tra virgolette, cito direttamente da Enrico Targa), “Il sionismo cristiano è un’ideologia che, in un contesto cristiano, propugna il ritorno del popolo ebraico in Terra Santa. Allo stesso modo, ritiene che la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 fosse in conformità con la profezia biblica: che il ristabilimento della sovranità ebraica nel Levante – il ‘raduno escatologico di Israele’ – è un prerequisito per la seconda venuta di Gesù Cristo.”
Più sinteticamente, Wikipedia:
“Il sionismo cristiano è una corrente di pensiero cristiana che ritiene il ritorno degli ebrei nella Terra Santa e la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 segno del compimento delle profezie bibliche.”
In altre parole, il sionismo cristiano inserisce l’escatologia veterotestamentaria all’interno dell’escatologia neotestamentaria, e sostiene che il compimento della prima è un prerequisito del compimento della seconda. Di conseguenza, un qualsivoglia processo storico che di fatto conduca a un ritorno – anche in forma coloniale, ed estremamente conflittuale, violenta e prevaricatrice -, degli ebrei in Palestina, e alla ricostituzione di uno Stato d’Israele, può essere teologicamente interpretato – secondo il sionismo cristiano – come una ricostituzione del regno di Davide, e un compimento delle attese messianiche del popolo ebraico, premessa e preludio dell’evento messianico ultimo, la seconda venuta di Gesù Cristo.
La pericolosità sconvolgente del sionismo cristiano (in realtà, del sionismo in generale) è la pretesa di dare contenuto concreto alle attese messianiche, e alla luce di quel contenuto concreto giustificare una certa condotta politica dandole un valore assoluto. Il contenuto concreto è l’emigrazione ebraica in Palestina, che teologicamente diventa un evento messianico, un evento provvidenziale che un cristiano non potrebbe non appoggiare: una posizione che si presta a giustificare l’imperialismo colonialista con l’escatologia.
Come vedremo, la dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 rivela l’influenza profonda del sionismo cristiano sull’ élite politica e culturale dell’impero britannico. “Come notato dallo storico Philip Alexander nella sua opera ‘Why did Lord Balfour back the Balfour Declaration?’ (2017): ‘Un ingrediente cruciale nel sionismo di Balfour potrebbe essere stato la sua fede cristiana o, per dirla in modo un po’ più sottile, la sua formazione cristiana. Il sostenitore più convincente di questa tesi è lo storico canadese Donald Lewis nella sua monografia del 2010, The Origins of Christian Zionism, ma è stata adottata anche da numerosi altri studiosi.’”
CENNI SULLA STORIA DEL SIONISMO CRISTIANO PROTESTANTE NELL’ETÀ MODERNA
Una breve esposizione, anche se disorganica, di alcuni passaggi storici salienti nello sviluppo del sionismo cristiano protestante serve a giustificare quanto detto.
L’idea di un ritorno degli ebrei in Palestina è stata un leitmotiv dell’escatologia calvinista e puritana, inglese in particolare, per tutta
l’età moderna, a partire dagli anni Ottanta del Cinquecento, in forte contrasto con l’antisemitismo dominante del tempo, soprattutto nell’area cattolico- ortodossa.
Un momento importante è la traduzione in inglese della Bibbia, eseguita a Ginevra da un gruppo di teologi inglesi puritani che vi avevano trovato rifugio e accoglienza (Ginevra era l’epicentro della riforma calvinista).
Si tratta della famosa Bibbia di Ginevra, che conteneva note a piè di pagina che sostenevano specificamente che alla fine dei tempi gli ebrei si sarebbero convertiti al Cristianesimo e avrebbero riorientato l’attenzione sulla Palestina. Questa visione venne ripresa con forza dai puritani inglesi, dai presbiteriani scozzesi delle pianure e perfino da alcuni protestanti continentali.
E ha ispirato una nutrita produzione letteraria oscillante tra il progetto politico utopico e la profezia. Un esempio è l’opera di Thomas Brightman, un puritano inglese, intitolata “Shall They Return to Jerusalem Again?”, del 1615, una delle prime opere restaurazioniste (che sostenevano la restaurazione dello Stato di Israele).
Durante la rivoluzione inglese (1642 – 1649), e gli anni del Protettorato di Oliver Cromwell (1653 – 1659), i puritani protosionisti presero il sopravvento.
Potremmo dire che il rapporto privilegiato del protestantesimo puritano inglese con l’ebraismo inizia in questo periodo. Alcuni puritani, come John Dury, John Sadler, e Hugh Peter, furono a stretto contatto con Cromwell, il leader della Rivoluzione inglese, in qualità di consiglieri e collaboratori.
Essi entrarono in rapporto con il rabbino e filosofo ebreo, residente ad Amsterdam, Menasseh ben Israel, appoggiando la sua richiesta di un ritorno degli ebrei in Inghilterra, espressa con una lettera aperta indirizzata allo stesso Oliver Cromwell nel 1651.
“Sadler, il segretario di Cromwell, sostenne addirittura che gli inglesi erano una delle tribù perdute d’Israele nel suo opuscolo The Rights of the Kingdom (1649) e quindi erano imparentati con gli ebrei, dando inizio all’ israelismo britannico.”
Sempre negli stessi anni, “Johanna ed Ebenezer Cartwright, due battisti che avevano trascorso del tempo ad Amsterdam, sostenevano lo stesso punto di vista e presentarono una petizione al Consiglio di Guerra di Thomas Fairfax, stretto collaboratore di Cromwell, nel gennaio 1649, per la riammissione degli ebrei e il loro reinsediamento in Palestina o terra d’Israele: ‘Questa nazione d’Inghilterra, con gli abitanti dei Paesi Bassi, sarà la prima e la più pronta a trasportare i figli e le figlie d’Israele sulle loro navi nella terra promessa ai loro antenati, Abramo, Isacco e Giacobbe per un’eredità eterna’”. Già qui, c’è tutto il sionismo.
Una figura determinante per i successivi sviluppi del sionismo cristiano fu il francese Isaac La Peyrère, un calvinista ugonotto proveniente da una famiglia di conversos portoghesi (ebrei sefarditi convertiti, forzatamente, al Cristianesimo cattolico) considerato da molti studiosi delle scienze religiose il progenitore del sionismo cristiano del XVII secolo che influenzò i riformati di entrambi i lati della Manica. Autore della teoria del preadamitismo, La Peyrère nella sua opera millenarista Du rappel des juifs (1643) scrisse di un ritorno ebraico in Palestina, predisse la costruzione del Terzo Tempio di Salomone e il ruolo nella governance mondiale di Gerusalemme: tutti dovevano dare il loro contributo per favorire la Seconda Venuta del Messia (parusia).
Rimossi dal potere nella stessa Inghilterra, i puritani millenaristi si trasferirono in Nord America, dove una figura importante fu Growth Mather, uno dei primi presidenti dell’Università di Harvard, forte sostenitore della restaurazione degli ebrei in Palestina (autore di numerose opere, la più notevole a questo riguardo fu Il mistero della salvezza d’Israele, 1669).
“A partire dagli anni Trenta del Settecento stava lentamente crescendo un movimento religioso protestante che nel corso del tempo avrebbe scatenato una seconda ondata di sionismo protestante: […] in Germania […] il Pietismo fondato da Philipp Spener (1635-1705), basato su una visione mistica e spesso millenarista del luteranesimo che profetizzava la “conversione degli ebrei e la caduta del papato come preludio del trionfo della Chiesa”. Uno dei seguaci di Spener, Nicolaus Zinzendorf, diffuse questa dottrina nella Chiesa della Moravia, collegandola al ritorno degli ebrei in Palestina [e]modificando la liturgia della Moravia per includere una preghiera ‘per restaurare la tribù di Giuda a suo tempo e benedire le sue primizie tra noi’”.
In Inghilterra si sviluppa il metodismo, con John e Charles Wesley, che si ispirava ai pietisti e ai Moravi di Zinzendorf, che promossero un ritorno degli ebrei in Palestina; anche il battista inglese John Gill, che si muoveva in ambienti simili a quelli dei Wesley, scrisse opere che esprimevano punti di vista simili. Nel 1771, il ministro evangelico John Eyre, fondatore dell’Evangelical Magazine e della London Missionary Society, stava promuovendo una versione più sviluppata di queste opinioni con le sue Osservazioni sulle profezie relative alla restaurazione degli ebrei.
SIONISMO E IMPERIALISMO
Alla metà dell’Ottocento il sionismo cristiano inglese passa dal piano della pura speculazione teologica a quello del progetto e dell’azione politica.
La crisi dell’impero ottomano, del quale la Palestina era una provincia, si faceva d’altronde facilmente interpretare come un segno della volontà divina di favorire il ritorno degli ebrei in Palestina nella prospettiva escatologica di un ristabilimento del regno di Israele e della Parusia.
Nel 1831 l’Egitto di Muhammad Ali invase e conquistò la Siria ottomana, di cui la Palestina faceva parte. In quell’occasione, il ministro degli esteri britannico Palmerston inviò a Gerusalemme come console britannico James Finn. È il primo tentativo di penetrazione politica e diplomatica inglese nei territori dell’impero ottomano.
In quegli anni, un fervente sostenitore del sionismo cristiano fu il VII conte di Shaftesbury, Anthony Ashley-Cooper. Egli fu uno dei primi politici britannici a sostenere seriamente il ritorno degli ebrei nella Palestina ottomana come politica ufficiale.
Shaftesbury divenne presidente della London Society for Promoting Christianity Amongst the Jewish, di cui Finn era un membro di spicco. Fervente cristiano e leale alla corona inglese, Shaftesbury sosteneva che un ritorno degli ebrei avrebbe portato vantaggi politici ed economici alla Gran Bretagna senza fornire un’analisi politica ed economica ma affermando semplicemente che assecondando la volontà di Dio la corona inglese ne avrebbe tratto dei benefici. Nel gennaio 1839, Shaftesbury pubblicò un articolo sulla Quarterly Review, che, sebbene inizialmente commentasse le Lettere su Egitto, Edom e Terra Santa del 1838 di Lord Lindsay, fornì la prima proposta per mano di un importante politico per reinsediare gli ebrei in Palestina.
Imperialismo coloniale e escatologia protestante cominciano chiaramente a convergere: è il destino di tutte quelle escatologie che pretendono di interpretare la volontà di Dio alla luce della contingenza dei fatti storici!
IL SIONISMO DI NAPOLEONE
Lo possiamo cogliere passando a Napoleone, e alla sua invasione dell’Egitto.
“Bonaparte invitò ‘tutti gli ebrei dell’Asia e dell’Africa a riunirsi sotto la sua bandiera per ristabilire l’antica Gerusalemme’. Bonaparte figlio della Rivoluzione era laico e l’ideale del sionismo, nel suo disegno politico, aveva una finalità pragmatica; secondi alcuni storici la strategia napoleonica in sostegno del sionismo potrebbe aver avuto origine da Thomas Corbet (1773-1804), un emigrato protestante anglo-irlandese […]. Nel febbraio 1790 scrisse una lettera al Direttorio francese, allora sotto la guida del mecenate di Napoleone Paul Barras, nella lettera affermava: ‘Ti raccomando, Napoleone, di invitare il popolo ebraico a unirsi alla tua conquista in Oriente, alla tua missione di conquistare la terra d’Israele (…) Le loro ricchezze non li consolano della loro difficoltà. Attendono con impazienza l’epoca del loro ristabilimento come nazione.’”
In nuce, nell’appello di Napoleone c’è tutto il sionismo successivo, dichiarazione Balfour compresa!
LO SVILUPPO DEL SIONISMO NEGLI STATI UNITI. RESTAURAZIONISMO E DISPENSAZIONALISMO
Non possiamo a questo punto trascurare il sionismo cristiano evangelico statunitense, visto il suo ruolo chiave in questa tragedia! Il valore profetico della crisi dell’impero ottomano era sostenuto anche da teologi protestanti d’oltre Oceano:
“Nel 1808, Asa Mc Farland, un presbiteriano, espresse l’opinione di molti secondo cui la caduta dell’Impero Ottomano era imminente e avrebbe portato alla restaurazione ebraica. Un certo David Austin di New Haven spese la sua fortuna costruendo moli e locande da cui gli ebrei potevano imbarcarsi per la Terra Santa.”
In questo contesto di proiezione imperialista dell’Occidente verso i territori dell’Impero ottomano declinante, si colloca il fervore religioso e teologico protestante anglosassone che nell’Ottocento porta alla nascita del restaurazionismo e del dispensazionalismo.
La teologia restaurazionista indica un complesso di Chiese e comunità religiose nate dal desiderio di tornare alla religione cristiana primitiva, manifestatosi in varie forme negli Stati Uniti d’America a partire dal XIX secolo, che auspicava un ritorno degli ebrei in Palestina (restaurazione dello Stato di Israele). Ispirò la prima attività missionaria americana in Medio Oriente e la mappatura della Terra Santa.
I dispensazionalisti credono che vi siano due diversi popoli di Dio: Israele e la Chiesa. Inoltre affermano che la Chiesa non abbia sostituito Israele, nel piano di Dio, e che le promesse veterotestamentarie fatte a Israele non siano state trasferite alla Chiesa. Essi, infine, credono che le promesse che Dio fece a Israele nell’Antico Testamento (riguardo alla terra, ai molti discendenti e alla benedizione) saranno infine adempiute nel periodo di 1.000 anni di cui si parla in Apocalisse 20.
LA CONFERENZA BIBLICA DI NIAGARA
“La Conferenza Biblica del Niagara, nel 1878, emanò un proclama dispensazionalista in 14 punti, in cui tra l’altro si sosteneva: ‘che il Signore Gesù verrà in persona per introdurre l’età millenaria, quando Israele sarà restaurato nella propria terra e la terra sarà piena della conoscenza del Signore; e che questo avvento personale e premillenario è la speranza beata che ci viene proposta nel Vangelo e che dovremmo cercare costantemente’”.
La restaurazione fattuale, politica e militare dello Stato di Israele come premessa della Seconda Venuta di Cristo, e del Suo Regno. Oserei dire, una blasfemia, che appiattisce la teologia sulla contingenza della brutalità dei fatti storici.
La teologia dispensazionalista di John Nelson Darby è spesso considerata una tappa fondamentale per i successivi sviluppi del sionismo cristiano americano.
LA PALESTINA: UNA TERRA SENZA POPOLO PER UN POPOLO SENZA TERRA
“Esponenti del cristianesimo sionista si ritrovano anche nella Chiesa di Scozia: nel 1839 alcuni suoi esponenti Andrew Bonar, Robert Murray M’Cheyne, Alexander Black e Alexander Keith partirono in missione per riferire sulla condizione degli ebrei in Palestina.
Alexander Keith raccontò il viaggio nel suo libro del 1844 La terra d’Israele secondo l’alleanza con Abramo, con Isacco e con Giacobbe. Fu anche in quel libro che Keith usò lo slogan che divenne popolare tra gli altri restaurazionisti cristiani, una terra senza popolo per un popolo senza terra. Nel 1844 rivisitò la Palestina con suo figlio, George Skene Keith (1819-1910), che fu la prima persona a fotografare la Terra Santa.”
IL BLACKSTONE MEMORIAL. I PROPRIETARI NATURALI DELLA PALESTINA
Le persecuzioni sanguinose (pogrom) che colpivano frequentemente gli ebrei russi e ucraini a fine Ottocento hanno avuto particolare risonanza in Europa e USA, dove mobilitarono soprattutto l’opinione pubblica protestante, e rafforzarono il loro punto di vista restaurazionista.
“Sulla scia dell’indignazione internazionale suscitata dai pogrom in Russia e Ucraina dal 24 al 25 novembre 1890, il magnate William E. Blackstone organizzò la Conferenza sul passato, presente e futuro d’Israele presso la First Methodist Episcopal Church di Chicago, alla quale parteciparono i leaders di molte comunità cristiane. Furono approvate risoluzioni di vicinanza e amicizia per gli ebrei oppressi che vivevano in Russia, ma Blackstone, convinto che tali risoluzioni, anche se approvate da uomini di spicco, fossero insufficienti, decise quindi di andare oltre: sostenne fortemente il reinsediamento del popolo ebraico in Palestina.
Nel 1891 fece pressioni sul presidente Benjamin Harrison per la restaurazione degli ebrei, in una petizione firmata da 413 eminenti americani, che divenne nota come Blackstone Memorial. Si leggeva: ‘Perché le potenze che in base al trattato di Berlino, nel 1878, diedero la Bulgaria ai bulgari e la Serbia ai serbi non restituiranno ora la Palestina agli ebrei? […] Queste province, come così come la Romania, il Montenegro e la Grecia, furono strappati ai turchi e dati ai loro proprietari naturali. La Palestina non appartiene forse di diritto agli ebrei?’”.
Dove emerge l’ottusità fanatica del sionismo: la Palestina apparteneva ai palestinesi. Se vale il paragone, una volta cacciati i turchi, come la Serbia fu data ai serbi, la Bulgaria ai bulgari, la Palestina sarebbe appartenuta ai palestinesi!
L’ALLEANZA TRA IL SIONISMO CRISTIANO E IL SIONISMO EBRAICO
Un anello di congiunzione ulteriore è la figura di William Hechler (1845-1931), “un sacerdote inglese di origine tedesca che fu cappellano dell’ambasciata britannica a Vienna e divenne amico intimo di Theodor Herzl, padre del sionismo. Hechler fu determinante nell’aiutare Herzl attraverso le sue attività diplomatiche e può, in questo senso, essere definito il fondatore del moderno sionismo cristiano. In occasione del venticinquesimo anniversario della morte di Herzl, i redattori del volume commemorativo in lingua inglese notarono che William Hechler si sarebbe dimostrato “non solo il primo, ma il più costante e instancabile dei seguaci di Herzl”.
LA DICHIARAZIONE BALFOUR
È questo contesto, insieme a considerazioni geopolitiche, che spiega la Dichiarazione Balfour del 2 novembre, e le dà senso. Eppure tutto questo retroterra storico e culturale è puntualmente omesso e trascurato. Invece, se inserita al suo interno, la Dichiarazione diventa chiaramente comprensibile. Si tratta di un retaggio soprattutto anglosassone, che interpreta la storia secondo uno schema precostituito, in cui l’elezione divina di Israele, a partire da Abramo, diventa simbolo del destino dell’Occidente a dominare il mondo. Qui fondamentalismo veterotestamentario ottuso ed angusto e nuovo imperialismo anglosassone, teologia puritana e neocolonialismo, convergono e si sovrappongono.
IL RAZZISMO DELLA DICHIARAZIONE BALFOUR (2 NOVEMBRE 1917)
Consiste di due passaggi, assolutamente contraddittori, che preparano la tragedia che stiamo vivendo.
Prima il governo di Sua Maestà promette tutto il suo impegno per il nuovo Stato ebraico (“will use their best endeavours to facilitate the achievement of this object”). Poi però, pone un limite: “it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine” (“niente sarà fatto per pregiudicare i diritti religiosi e civili delle esistenti comunità non ebraiche”).
Ma al tempo della Dichiarazione questi diritti erano già compromessi, come dimostra la prima rivolta palestinese del 1920, tre anni dopo. Ma la malafede e la disonestà consiste nel definire i palestinesi arabi come “esistenti comunità non ebraiche”, con l’intento di equiparare ebrei e non ebrei. In questa Dichiarazione gli arabi palestinesi sono declassati a “esistenti comunità non ebraiche”! Non vengono definiti in positivo, ma come “non ebraiche. Già questo dice tutto. Documento nefasto, razzista, e foriero di tragedie interminabili.
IL SIONISMO CRISTIANO AMERICANO NEL NOVECENTO
Nel corso del Novecento il sionismo cristiano americano si organizzò esercitando un’importante attività di lobbying sul governo USA e facendo rete con il sionismo ebraico già insediato in Palestina.
Nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale e della crescente consapevolezza dell’Olocausto, i sionisti ebrei americani contribuirono a coordinare la fondazione di due organizzazioni sioniste non ebraiche, l’American Palestine Committee e il Christian Council on Palestine, successivamente fusesi nell’American Christian Palestine Committee (ACPC) sostenuta dal predicatore battista texano J. Frank Norris che più volte sollecitò Truman a sostenere la causa dei coloni ebrei contro gli arabi.
L’ACPC, composta in gran parte da protestanti, divenne la principale lobby cristiana americana a sostegno della creazione di uno stato ebraico in Palestina. Dopo la fondazione dello Stato d’Israele nel 1948, l’ACPC continuò i suoi sforzi di lobbying anche se ufficialmente si sciolse. Ad esempio, coordinò l’opposizione agli sforzi delle Nazioni Unite per internazionalizzare la città di Gerusalemme, che fu divisa tra Israele e Transgiordania nella guerra del 1948.
Va precisato che negli ultimi decenni sono stati i cristiani protestanti evangelici americani i più ferventi sostenitori del sionismo.
Molti evangelici hanno aderito al dispensazionalismo o almeno a credenze che ne erano ispirate; soprattutto, hanno aderito alla concezione dispensazionalista secondo cui gli ebrei rimanevano in una speciale relazione di patto con Dio. La cosa più importante per lo sviluppo del sionismo cristiano come movimento, tuttavia, fu il fatto che i leader evangelici americani iniziarono a costruire rapporti sempre più stretti con gli ebrei americani e israeliani e iniziarono anche a costruire collegamenti istituzionali con organizzazioni ebraiche e con lo stesso governo israeliano.
Fondamentale per la costruzione di queste relazioni fu un gruppo motivato di evangelici americani che risiedevano in Israele, in particolare il fondatore dell’American Institute of Holy Land Studies, G. Douglas Young. Attraverso il suo istituto, Young lavorò per convincere i cristiani americani che era loro dovere biblico sostenere il popolo ebraico e lo Stato ebraico.
Il sionismo cristiano evangelico è parte integrante dell’ideologia conservatrice della destra americana, che fa capo al Partito repubblicano, e oggi a Donald Trump. Due figure di spicco di questa destra fondamentalista sono stati i pastori e telepredicatori Jerry Falwell e Pat Robertson.
Molto seguiti, qualche citazione di quello che dicevano, può dare un’idea della loro influenza nefasta.
Nel 1981, Falwell disse: «Stare contro Israele significa stare contro Dio. Crediamo che la storia e le Scritture dimostrino che Dio tratta con le nazioni in relazione al modo in cui queste trattano con Israele». Citano parte della benedizione d’Isacco in Genesi 27:29: «Quelli che ti maledicono saranno maledetti, e quelli che ti benedicono saranno benedetti».
Il 30 settembre 2002 in una intervista Falwell affermò: “Credo che Maometto fosse un terrorista. Ho letto a sufficienza sia autori musulmani e non musulmani [per decidere] che fosse un uomo violento, un uomo di guerra”.
Il venerdì successivo Mohammad Mojtahed Shabestari, portavoce dell’Ayatollah Ali Khamenei proclamò una fatwā in cui affermava che Falwell era:
“un mercenario e deve essere ucciso …. La morte di quell’uomo è un dovere religioso, ma il suo caso non deve essere collegato alla comunità cristiana.
L’ALLEANZA TRA SIONISMO CRISTIANO PROTESTANTE E STATO DI ISRAELE
Il governo israeliano verso la fine degli anni Settanta diede ulteriore impulso al sionismo cristiano, consentendo la creazione dell’Ambasciata cristiana internazionale a Gerusalemme nel 1980.
L’ambasciata ha raccolto fondi per aiutare a finanziare l’immigrazione ebraica in Israele dall’ex Unione Sovietica e inoltre ha assistito i gruppi sionisti nella creazione di insediamenti ebraici in Cisgiordania.
IL CONGRESSO CRISTIANO – SIONISTA DI GERUSALEMME DEL 1996.
IL PROCLAMA SIONISTA: “IL MODERNO RADUNO DEL POPOLO EBRAICO IN ERETZ ISRAEL ADEMPIMENTO DELLE PROFEZIE BIBLICHE.
Il Terzo Congresso Cristiano-Sionista Internazionale, tenutosi a Gerusalemme nel febbraio 1996, emanò un proclama che diceva: «Dio Padre, Onnipotente, ha scelto l’antica nazione e popolo d’Israele, discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe, per rivelare il Suo piano di redenzione per il mondo. Rimangono eletti da Dio e senza la nazione ebraica i Suoi scopi di redenzione per il mondo non saranno completati […] Gesù di Nazaret è il Messia e ha promesso di ritornare a Gerusalemme, in Israele e nel mondo […] È riprovevole che generazioni di ebrei siano state uccise e perseguitate nel nome di nostro Signore, e sfidiamo la Chiesa a pentirsi di qualsiasi peccato commesso od omesso contro di loro […]. Il moderno raduno del popolo ebraico in Eretz Israel e la rinascita della nazione d’Israele sono l’adempimento delle profezie bibliche, scritte sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento».
LA POSIZIONE DEI CATTOLICI, E DELLA CHIESA CATTOLICA, SUL SIONISMO CRISTIANO PROTESTANTE. LA DICHIARAZIONE DI GERUSALEMME DEL 2006
Posizioni, quelle dei sionisti cristiani, che non possono essere accettate dalle chiese cristiane palestinesi, che espressero la loro posizione con La Dichiarazione di Gerusalemme sul sionismo cristiano in data 22 agosto 2006: la Dichiarazione rifiuta il sionismo cristiano, concludendo che si tratta di un “falso insegnamento che corrompe il messaggio biblico di amore , giustizia e riconciliazione. Per la maggior parte dei cristiani la Città di Dio non ha nulla a che fare con l’immigrazione ebraica in Israele.
Una pietra miliare nella storia dei rapporti tra il sionismo ebraico – protestante e la Chiesa cattolica, è l’incontro, avvenuto nel 1904, tra papa Pio X e Theodor Herzl, il fondatore del sionismo, che sperava di potere contare anche sul consenso cattolico per il suo progetto politico di ricostituzione di uno Stato ebraico in Palestina.
In quell’occasione Pio X dichiarò: “Non possiamo impedire agli ebrei di andare a Gerusalemme, ma non potremmo mai autorizzarlo. […] Gli ebrei non hanno riconosciuto nostro Signore, quindi non possiamo riconoscere il popolo ebraico”.
Al di là del tono, una cosa è chiara: lo Stato di Israele, e tutto il sionismo che ha realizzato l’ambizioso ma anche cinico progetto, non ha a che fare con la storia della salvezza. Nessuna teologia cattolica può legittimare l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, la pulizia etnica, l’attuale genocidio in corso con la complicità dell’Europa e degli USA.
Affermare, come si è fatto al Terzo Congresso Cristiano-Sionista Internazionale, tenutosi a Gerusalemme nel febbraio 1996, che “Il moderno raduno del popolo ebraico in Eretz Israel e la rinascita della nazione d’Israele sono l’adempimento delle profezie bibliche, scritte sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento”, è, dal punto di vista cattolico, una blasfemia, una manipolazione empia e sacrilega della Rivelazione delle Sacre Scritture a fini politici, per giustificare e legittimare un sopruso, una prevaricazione colonialista di matrice anglosassone dalle conseguenze devastanti.
La “terra promessa” della teologia cattolica non è identificabile “sic et sempliciter” con la Palestina, non è un fazzoletto di terra da conquistare con la pulizia etnica e il genocidio, nel modo in cui – come si racconta in Genesi (6, 17) – fecero gli ebrei con Gerico:
“La città con quanto vi in essa sarà votata allo sterminio per il Signore; soltanto Raab, la prostituta, vivrà e chiunque è con lei nella casa, perché ha nascosto i messaggeri che noi avevamo inviati.
E in Genesi 6, 20-21:
“Allora il popolo lanciò il grido di guerra e si suonarono le trombe. Come il popolo udì il suono della tromba ed ebbe lanciato un grande grido di guerra, le mura della città crollarono; il popolo allora salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé, e occuparono la città. Votarono poi allo sterminio, passando a fil di spada, ogni essere che era nella città, dall’uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino il bue, l’ariete e l’asino.”
La terra promessa non si conquista votando allo sterminio il popolo di Gaza, “passando a fil di spada” tutto quello che respira, perché alla luce del Nuovo Testamento la terra promessa è il regno di Dio predicato da Gesù Cristo, che non è propriamente storico ma metastorico, universalistico e non particolaristico.
Solo un’aberrazione teologica al limite della patologia, sostenuta e alimentata dall’imperialismo espansionistico anglo – sionista, può dare credito a una degenerazione del cristianesimo, pericolosissima per il mondo intero.
IL SIONISMO CRISTIANO IN ITALIA OGGI
Quando Giorgia Meloni ha detto: “Sono una donna, sono cristiana ..”, non ho dubbi che il suo pseudo – cristianesimo fosse evangelico e sionista, vale a dire un’eresia dal punto di vista cattolico. La sua fede cristiano – sionista è non solo incrollabile ma inquietante, a giudicare dalla fermezza con cui appoggia sia il genocidio sia il governo Netanyahu.
Innervata di becero sionismo è comunque tanta stampa italiana riconducibile al centro destra, con commentatori che si scandalizzano se una donna abortisce (non sono per l’aborto), ma non battono ciglio per i bambini massacrati dall’esercito di Israele. Ma – ripeto – il cristiano – sionismo è eresia e aberrazione morale. Non c’entra con il Cattolicesimo e la Chiesa cattolica. Come si è detto, Gesù Cristo sta soffrendo il suo martirio a Gaza.
Gaetano Riggio
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