Il Riso

Lo Spunto Letterario
di Gaetano Riggio


Il Riso

Il riso è un fenomeno umano universale, radicato nella nostra struttura biologica. Tutti gli uomini ridono, in tutte le parti del mondo, in tutte le culture e le civiltà. Tra le diverse possibili definizioni dell’uomo e della sua natura, vi è pure quella che lo connota come “homo ridens”, appunto perché il riso è specificamente umano, e non vi è espressione ludica o artistica di rilievo che non si manifesti nel riso.

Quello che cambia, nei diversi contesti storici, è l’oggetto del riso. Ciò che ci fa ridere, è in una certa misura soggetto a variabilità culturale, in quanto il risibile dipende dalle convenzioni sociali che stabiliscono il comportamento normale e la morale comune, rispetto ai quali ciò che ci fa ridere rappresenta uno scarto, una devianza.

Ciò premesso, è chiaro che il riso può assumere un significato di contestazione e di critica sociale e politica, e in quanto tale essere soggetto a biasimo o censura morale, e addirittura a sanzione penale: il che vuol dire, che può esistere il “divieto di ridere”! Ciò accade nelle società “chiuse”, tradizionali, o totalitarie, dove il suo valore di contestazione e critica corrosiva non sono tollerati.

Il riso è dunque un fenomeno complesso, e ricchissimo di sfumature e sfaccettature, come evidenzia l’abbondanza di parole appartenenti al suo campo semantico: “ridere”, “ridacchiare”, “ghignare”, “sghignazzare”; per non parlare delle locuzioni: ridere “sguaiatamente”, “fragorosamente”, “a crepapelle”, “istericamente”, e così via.

Non si ride sempre. Il ridere si configura come una tregua dalla serietà della vita, dal suo carattere servile, vale a dire dalle incombenze gravose cui non possiamo sottrarci per conseguire gli obiettivi comuni della vita associata dai quali, pur basilari, non possiamo comunque prescindere.

La serietà della vita consiste proprio in questo nocciolo duro fatto di sacrifici, rinunce, fatiche, che per essere accettati devono essere presi tremendamente sul serio, in modo che nessuno possa pensare di esserne immune, di defilarsene irresponsabilmente.

Si può dunque ridere, ma con senso della misura, nei tempi e nei luoghi appropriati, onde evitare che la tregua diventi una sedizione, degeneri in un ribaltamento dei ruoli, che metta a soqquadro la società, instauri il regno del caos e l’anarchia. 

Storicamente, il senso del Carnevale è proprio questo, di delimitare e circoscrivere la pericolosità eversiva della risata burlesca e dissacratoria, riducendola al valore di sfogo transitorio ed effimero: una contestazione “virtuale” dell’ordine vigente delle cose, nel corso della quale il potente può essere messo alla berlina, e il valore delle norme morali congelate con il lasciarsi andare a parole e atti licenziosi ed osceni; dopodiché, tutto torna come prima!

Quanto detto or ora connota la tipologia di riso che può essere chiamata “dissacratoria”. E’ profondamente umana; e partecipa infatti della natura del pensiero e della riflessione, perché contesta l’ordine esistente, e aiuta a immaginarne uno alternativo. Consente una presa di distanza dal presente, dall’effettualità delle situazioni, libera virtualmente dalle catene del mondo, e può diventare uno strumento di critica sociale e politica.

La risata può essere “dissacrante” nei confronti dell’ordine sociale o di quello naturale e metafisico. In entrambi i casi assume il significato della rivolta dell’individuo verso ciò che sovrastandolo lo opprime. E’ profondamente temuta dalle autorità politiche e religiose.

La “risata dissacratoria”, però, può anche rivelarsi fine a sé stessa, risolversi in una sterile contestazione, che non mira ad altro se non al compiacimento che deriva dal creare scompiglio, mettere in difficoltà, eccetera. In questo caso, possiamo parlare di “risata anarcoide”, che si accontenta del capriccio del momento, che s’illude di essere liberatoria, ma è solo un’illusione passeggera ed effimera. 

Un esempio può essere la risata che scaturisce dagli scherzi “minuti” giocati alle autorità, oppure da certi vandalismi “infantili”: suonare i campanelli, sporcare i muri con segni osceni, e così via. Si tratta di una contestazione dell’ordine povera di pensiero, istintiva, superficiale.

Un altro sottotipo di risata dissacratoria è la “risata oscena” o volgare, che fa audience, e facilmente conquista l’attenzione di spettatori e telespettatori.
Essa si dà infatti arie da intellettuale, e scaturisce da una situazione che mostra tutta la debolezza ipocrita della seriosità che nega l’irresistibile invadenza dell’eros nella vita, e aggredisce in modo corrosivo con tutta la verve di irriverenza sarcastica che la caratterizza.

Si potrebbe definirla come emancipatrice e liberatoria, ma al contempo si rivela come anarcoide, cieca, facile da estorcere in virtù della sua istintiva ottusità.
E’ vero comunque che nel gruppo dei pari può svolgere una funzione disinibitoria, che in una certa misura contribuisce allo strutturarsi della personalità, ma mostra una violenza dissacrante contro inclinazioni naturali che hanno indubbiamente una funzione importante nell’economia del soggetto: mi riferisco al senso del pudore, del decoro, della decenza.

La risata oscena aveva un valore critico nelle società repressive di un recente passato, e dava un contributo a liberare il soggetto dalle censure di istituzioni autoritarie e coercitive. Ma oggi il suo imperversare non contribuisce a creare – e forse, non ha già creato – un uomo unidimensionale, appiattito sulla sfera fondamentale, ma comunque elementare e primitiva, di un eros incapace di dare ascolto alle altre, più elevate e profonde, attività della psiche?

Massacrare il pudore, la decenza, puntare tutto su uno sguardo rivolto verso il basso, e non verso l’alto: siamo sicuri che crea un individuo più umano, più completo, più realizzato? Un eccesso di ironia e autoironia, anziché liberarci di un peso eccessivo, non rischia di renderci eccessivamente indulgenti, di abbassarci al nostro livello più infimo?

Non si tratta certo di abolire la risata oscena, o addirittura l’osceno, il che vorrebbe dire avere un uomo che non è più un uomo – paragonabile ad un individuo privo di arti -, un’aberrazione che in questo mondo non si sa che cosa potrebbe essere – una specie di angelo, forse! Ma l’uomo vive dell’interazione reciproca dei contrari, e la terra gli fa sentire nostalgia del cielo, e viceversa (sto parlando per metafora). Occorre ripristinare questa dialettica dei distinti nell’educazione, puntare sulla formazione integrale dell’individuo!

Accontentarsi di barzellette, fare della battuta oscena il fattore trainante dell’intrattenimento televisivo e non, idoleggiare una comicità ottusa, che non pensa, e non fa pensare, sono segni di un declino e di un degrado umani che sconcertano.


Segui gli articoli dello Spunto Letterario nella rubrica qui

https://www.carlettoromeo.com/category/lo-spunto-letterario/

Lascia una risposta

Carletto Romeo