Le isole felici

Così come Rinaldo nelle Isole Felici, oggi siamo preda della manipolazione dei desideri dell’uomo, mirante a condizionarne le scelte e orientarne il comportamento secondo le esigenze del potere.

Lo Spunto Letterario
di Gaetano Riggio


Le Isole Felici


Abbiamo già incontrato le “isole felici”, nel poema epico “Gerusalemme liberata” (1575), nell’articolo “Guerrier qui solo d’amor sarete”: sono un “locus amoenus”, che il poeta Torquato Tasso colloca in un punto indeterminato dell’oceano atlantico, dove la maga Armida tiene prigioniero con le sue armi amorose il crociato Rinaldo, che così rimane lontano dalla guerra per la liberazione di Gerusalemme, dove il suo contributo sarebbe essenziale.

Ci siamo pure soffermati sull’”ossimoro etico”, vale a dire sul dilemma tra il vincolo del dovere e il richiamo dell’amore, che nell’episodio assume una connotazione di subdolo inganno per due ragioni: (1) Armida finge di amare Rinaldo, con (2) lo scopo di distrarlo dai suoi doveri.

Sappiamo pure che Armida non agisce da sola, ma è una pedina nelle mani del potere: sono stati infatti i demoni infernali, ostili ai crociati, ad affidarle l’incarico di sedurre e distrarre con le sue arti femminili il cavaliere cristiano.

Il problema che allora emerge è quello della manipolazione dei desideri dell’uomo, mirante a condizionarne le scelte di valore e orientarne il comportamento secondo direttive funzionali alle esigenze del potere politico.

Accade allora, in questo caso, che Rinaldo rifiuti la logica delle armi, non tanto perché egli lo abbia scelto, quanto per una seduzione subdolamente eterodiretta dal potere, che, usando la metafora del Tasso, da “feroce destrier” quale egli era lo riduce a “lascivo marito in vil riposo” (cioè stallone da monta!).

Vale a dire, la manipolazione dei desideri da parte del potere, data la natura umana, può diventare un’arma potentissima, perché funziona come una droga per la quale gli uomini sono condotti a “desiderare di fare” quel che “devono fare”.

Su questa base, narratori e intellettuali, soprattutto nel corso del Novecento, hanno ipotizzato l’avvento di società “distopiche”, che il corso degli eventi successivi ha avvalorato, invece di smentire.

A questo riguardo, è significativo il romanzo fantascientifico “Il mondo nuovo” dell’inglese Aldous Huxley (1932), che descrive lo stato del mondo intorno alla metà del terzo millennio, quando ormai non si contano più gli anni a partire da Cristo, ma a partire da Ford, precisamente dal 1908, anno della messa in commercio del primo modello della Ford T, che segna un passaggio decisivo verso l’organizzazione scientifica totale del mondo, che ha il suo primo modello nella catena di montaggio.

Molti di noi ricorderanno almeno qualche scena del film “Tempi moderni” (1932) di Charlie Chaplin, che denuncia la riduzione dell’uomo a vittima dell’ingranaggio, a variabile dipendente dell’apparato tecnico – industriale, e dei suoi effetti disumanizzanti.

Nel romanzo “Il mondo nuovo”, Huxley racconta dunque una storia che ha inizio a Londra nell’anno di Ford 632, quando il consorzio umano ormai pacificato è sotto un unico governo mondiale, e l’intera società è rigidamente controllata tramite pratiche scientifiche che vanno dal controllo delle nascite – che avvengono in ambiente extrauterino – all’indottrinamento psicologico fino alla selezione, per via eugenetica, della razza umana.

Il benessere psicologico della popolazione è gestito scientificamente da apparati e istituzioni appositi, come i Gruppi di solidarietà, che garantiscono un accesso promiscuo ed impersonale al piacere attraverso il sesso libero, lo svago collettivo e una droga priva di effetti collaterali, ma inebriante ed euforizzante, chiamata Soma.

Sulla natura del divertimento, afferma Huxley, in “Ritorno al mondo nuovo”, che “Questo flusso inarrestabile di distrazioni, nel mio “Mondo nuovo”, veniva usato deliberatamente quale strumento di politica, per impedire alla gente di badare troppo alla realtà della situazione sociale e politica.”

Infatti il divertimento in tutte le sue forme, soprattutto se esagerate, funziona come un succedaneo della religione e dell’amore: garantisce una fuga dal mondo, un oblio del tempo, una distrazione dalla realtà, che lo fa fungere da oppio del popolo, utile all’esercizio del potere, e al controllo delle masse.

Afferma infatti ancora Huxley, nello stesso luogo: “L’altro mondo della religione è diverso dall’altro mondo del divertimento; ma si somigliano molto in quanto ambedue sono un ‘altro’ mondo, e non questo. Ambedue sono distrazioni e, per chi ci vive dentro con troppa continuità, possono trasformarsi, come diceva Marx, in ‘oppio del popolo’, e quindi in una minaccia alla libertà.”

E’ noto che Marx ha bollato la religione come oppio del popolo, in quanto essa alienerebbe, estranierebbe l’uomo dalla sua condizione di essere cosciente mondano, che vive nel mondo, per proiettarlo in una dimensione illusoria, in un vago compimento di sé ultramondano, perdendo così capre e cavoli!

Non ha considerato però che la ricerca del paradiso, o delle isole felici, è una dimensione della natura umana: una volta demolite le credenze religiose tradizionali, di questa dimensione si è ormai subdolamente appropriata l’industria del divertimento e del piacere, che ormai offre la tentazione a prezzo modico della realtà virtuale, succedaneo formidabile dell’altro mondo della religione, del mito, della letteratura:

“Ma quando i membri di una società passano gran parte del loro tempo non all’erta, col cervello ben desto, qui e ora, o nel futuro immediato, ma altrove, nell’altro mondo dello sport e della canzone, della mitologia e della fantasia metafisica, allora sarà ben difficile resistere all’assedio di chi vuole manipolare e controllare la società.” (Aldous Huxley, Il mondo nuovo. Mondadori, 1961)

Con il cervello ben desto non era nemmeno Rinaldo, quando lo raggiungono i soccorritori Carlo e Ubaldo nelle isole felici, per scuoterlo dal torpore: ma non è certo l’amore che è errore, bensì la manipolazione che ne fa il potere per perseguire i suoi scopi mondani di dominio.

E’ chiaro comunque che non è dalla mitologia, né dalla fantasia metafisica, che oggi viene la minaccia:
“nella vita dell’uomo civile il divertimento di massa ha un ruolo paragonabile a quello che nel Medio Evo ebbe la religione. La nostra epoca ha avuto vari soprannomi: Era dell’Ansia, Era Atomica, Era Spaziale. Ma potremmo anche chiamarla, legittimamente, Era del Vizio Televisivo, Era della Canzonetta, e così via.” (Aldous Huxley, Il mondo nuovo, Mondadori, 1961.)

Paragonabile non vuole dire equivalente, ma surrogato, succedaneo, forma degradata della nostalgia cristiana del paradiso:

“Il mito del paradiso perduto sopravvive ancora nelle immagini dell’isola paradisiaca e del paesaggio edenico: territorio privilegiato in cui le leggi sono abolite, il tempo si arresta. Occorre sottolineare quest’ultima circostanza, perché è soprattutto analizzando l’atteggiamento del moderno nei confronti del tempo che si può scoprire il travestimento del suo comportamento mitologico.

Non bisogna perdere di vista che una delle funzioni essenziali del mito è proprio l’apertura verso il Grande Tempo, il ricupero periodico di un tempo primordiale. E questo si traduce nella tendenza a trascurare il tempo presente, ciò che viene chiamato il «momento storico». (Mircea Eliade, Miti, sogni, misteri, Rusconi, 2007.)

Come evidenzia Mircea Eliade, la crisi del mito non significa la sua scomparsa: assume prima la forma letteraria, come nell’episodio delle isole fortunate del poema del Tasso, e poi diventa spettacolo e svago altro nella società moderna desacralizzata:

“la grande maggioranza degli individui che non partecipano a un’esperienza religiosa autentica rivelano il loro comportamento mitico, oltre che nell’attività inconscia della loro psiche (sogni, fantasie, nostalgie, eccetera), nelle loro distrazioni. In altre parole, la «caduta nel tempo» coincide con la desacralizzazione del lavoro e la meccanizzazione dell’esistenza che ne consegue; essa implica una perdita malamente mascherata della libertà; sicché la sola evasione possibile su scala collettiva resta la distrazione.

Queste poche osservazioni possono bastare. Il mondo moderno non ha completamente abolito il comportamento mitico, ne ha soltanto rovesciato il campo d’azione: il mito non è più dominante nei settori essenziali della vita, è stato «rimosso» sia nelle zone oscure della psiche, sia in attività secondarie o anche irresponsabili della società.” (Mircea Eliade, Miti, sogni, misteri, Rusconi, 2007.)

Dunque, dall’archetipo primordiale del paradiso perduto, che conosce varianti analoghe in tutte le culture del mondo, alla sua elaborazione letteraria – prima nell’Epopea di Gilgamesh (2000 a. C.), e nell’Odissea (VIII sec. a. C), poi nella letteratura più recente, ancora religiosa nella Divina Commedia (XIV sec. d. C), sempre più laicizzata nell’Orlando furioso, ma anche nella Gerusalemme liberata, per giungere alle attuali distrazioni dell’edonismo di massa contemporaneo – il mito del paradiso perduto e delle isole felici ha continuato a manifestarsi sia pure attraverso travestimenti e forme sempre più degradate, quasi irriconoscibili:

“L’archetipo continua a creare anche quando è degradato a livelli sempre più bassi. Prendiamo ad esempio il mito delle Isole Felici o del Paradiso Terrestre, che ha occupato non soltanto l’immaginazione dei profani, ma addirittura la scienza nautica, fino alla epoca gloriosa delle grandi scoperte marittime. Quasi tutti i navigatori, anche quelli che si proponevano un preciso fine economico, la via delle Indie, tenevano presente anche la scoperta delle Isole dei Beati o del Paradiso Terrestre. E, come tutti sanno, non furono pochi quelli che credettero di averli scoperti davvero. Dai Fenici ai Portoghesi, tutte le grandi scoperte geografiche furono provocate dal mito del paese edenico. E quei viaggi, quelle ricerche, quelle scoperte sono i soli che acquistarono un significato spirituale e furono creatori di cultura.”

“Ma isola mitica ormai non significa più Paradiso Terrestre: è diventata l’Isola dell’Amore (di Camoens), l’Isola del Selvaggio Buono (di De Foe), l’Isola di Eutanasio (di Eminescu), o l’Isola esotica di un paese di sogno pieno di segrete bellezze, l’isola della libertà, del jazz, del completo riposo, delle vacanze ideali, della crociera in vapore di lusso, a cui l’uomo moderno aspira nel miraggio della letteratura, del film, o soltanto della sua immaginazione.

La funzione del paese edenico, privilegiato, è rimasta inalterata; soltanto la sua valorizzazione si è più volte deprezzata, dal Paradiso Terrestre (nel senso biblico) al paradiso esotico sognato dai nostri contemporanei.”

“Intendiamo dire che l’uomo, anche se sfuggisse a tutto il resto, è irriducibilmente prigioniero delle sue intuizioni archetipali, create nel momento in cui prese coscienza della propria posizione nel Cosmo. La nostalgia del Paradiso si lascia scoprire negli atti più banali dell’uomo moderno. L’assoluto non si può estirpare, può soltanto degradarsi. E la spiritualità arcaica sopravvive, a suo modo, non come atto, non come possibilità di reale conseguimento per l’uomo, ma come una nostalgia creatrice di valori autonomi: arte, scienze, mistica sociale, eccetera.” (Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Boringhieri, 1976)

Alla luce di quanto detto si può cogliere il filo rosso che collega le varie divagazioni di questo articolo, nonché il significato dell’affermazione di Huxley, secondo la quale nel suo nuovo mondo distopico, che è già in parte questo nostro mondo, “nella vita dell’uomo civile il divertimento di massa ha un ruolo paragonabile a quello che nel Medio Evo ebbe la religione.”

Il potere mondiale si è impadronito del mito del paradiso e delle isole felici dandone un’elaborazione scientifica, una somministrazione organizzata, che fa vivere uomini e donne di questa distopia in una dimensione allucinatoria, dimentica del passato, del futuro, della trascendenza, oscillante tra passiva subordinazione all’apparato tecnico – industriale, e evasione organizzata e manipolata nell’altro mondo della droga (il soma), della musica sintetica, del cinema odoroso, della promiscuità sessuale dei gruppi di solidarietà, e altro ancora.


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Carletto Romeo