Russia e Ucraina storia e attualità

Le radici storiche della crisi, dalla Rus' di Kiev ai giorni nostri. Parte terza.

Russia e Ucraina storia e attualità

Le radici storiche della crisi

PARTE TERZA

  1. Come fanno i media occidentali a negare il neonazismo del battaglione “Azov”, e di altre formazioni politiche e paramilitari della destra ucraina?

Intendo dire: perché negano o nascondono quel che affermavano negli anni 2014 – 2016, e anche in seguito? Dicono che Zelensky è ebreo, e sarebbe assurdo che appoggiasse una milizia neo-nazista. Eppure, il quotidiano ebraico Haaretz ha titolato il 9 luglio 2018:

“Rights Groups Demand Israel Stop Arming neo-Nazis in Ukraine.
Human rights activists petition the court to cease Israeli arms exports to Ukraine since some of these weapons reach neo-Nazi elements in Ukraine’s security forces.
Tradotto:
Attivisti per i diritti umani si rivolgono all’Alta Corte di Giustizia (israeliana) per fermare l’invio di armi a gruppi neonazisti in Ucraina.

Eppure, il quotidiano italiano “Il Messaggero” ha titolato il 16 marzo 2015:
“Ucraina, reparti filonazisti accanto all’esercito, la denuncia del quotidiano ‘Usa Today’”
Dove si legge, altresì:
“La rivelazione, all’indomani dell’annuncio che l’Ucraina avrebbe raggiunto un accordo per acquistare armi da undici Paesi europei, arriva dal quotidiano americano “Usa Today” e getta una luce inquietante sul conflitto che si sta combattendo nel cosiddetto Donbass e sull’appoggio che il governo di Petro Poroshenko riceve in modo praticamente incondizionato dall’Occidente.

Sottufficiali apertamente neonazisti sono stati scoperti e intervistati dal quotidiano “Usa Today” – fonte tanto più autorevole perché non ostile al nuovo corso di Kiev – tra i volontari del Battaglione Azov dislocati a Mariupol nel sud est del Paese.

Il reparto combatte a fianco dell’esercito regolare di Kiev contro le unità che vorrebbero la separazione della regione dall’Ucraina e l’annessione alla Russia sul modello Crimea”.

Dello stesso tenore un articolo uscito sul “National Post”, in Canada, il 16 giugno 2015:
“Fears that Canadian training mission in Ukraine may unintentionally help neo-Nazis groups.
U.S. lawmakers have voted to block American troops from training a Ukrainian unit with neo-Nazi members […].
Tradotto:
C’è il timore che la missione di addestramento canadese in Ucraina possa, senza volerlo, aiutare gruppi neonazisti. Giudici americani hanno votato per impedire a truppe americane di addestrare un’unità militare ucraina che conta tra i suoi membri militanti neonazisti.

Oppure ancora, il 2 marzo 2017, “The Guardian”: “Neo-Nazi groups recruit Britons to fight in Ukraine.” Gruppi neo-nazisti reclutano britannici per combattere in Ucraina.

  1. Un articolo de “La Stampa”, del 30 novembre 2014

Infine, un articolo da “La Stampa”, ora così negazionista e revisionista da abiurare quel che affermava in precedenza, del 30 novembre 2014, che titolava:

“I neo-Nazi imperversano in Ucraina, ma il Nazismo non è più il “male assoluto”(per l’Occidente).”
Giova riportare qualche passo per rendersi conto dell’ignominia nella quale siamo precipitati:
“Una settimana fa l’assemblea generale dell’ONU ha approvato una mozione presentata dalla Russia che condanna i tentativi di glorificazione dell’ideologia nazista e la conseguente negazione dei crimini di guerra nazisti, compreso l’Olocausto. […]

I media italiani hanno quasi del tutto ignorato la notizia, che invece presenta aspetti interessanti, sottolineati da blog alternativi (es qui), anche nostrani ( qui e qui).  Del resto parlano poco anche delle atrocità che continuano ad essere compiute in Ucraina, come testimonia anche l’ultimo rapporto ONU.”

E’ chiaro che la mozione era mirata alla condanna del neo-nazismo ucraino, e l’ONU l’approva.
Ironia della sorte, anche “La Stampa” (mala tempora currunt!) tace oggi sulle stragi compiute dalle milizie ucraine neonaziste nel Donbass.

Ma allora era di una lucidità intellettuale, che fa venire i brividi:
“Si dirà che quest’ultima risoluzione era una furbesca mossa propagandistica del Cremlino per raccogliere una condanna indiretta del nuovo governo ucraino, nato da un “colpo di stato” sponsorizzato da Stati Uniti e avvallato dalla UE.   

Fatto sta che, se in altre occasioni simili c’era stata l’unanimità o quasi, questa volta è andata diversamente. I voti favorevoli sono stati 115, 3 i contrari, 55 gli astenuti. A votare contro sono stati USA, Canada e Ucraina – è la prima novità. La seconda è che ad astenersi sono stati i paesi dell’Unione Europea (ambigui e un po’ ipocriti, come spesso capita) più vari stati nordafricani. Astenuta anche la Germania, mentre Israele non ha potuto negare il suo sì, associandosi al resto del mondo.”

Quindi l’ONU approva la risoluzione, ma guarda caso gli USA appoggiano l’Ucraina, anche contro Israele, mentre l’Europa rimane nel limbo dell’ignavia.
A questo punto, occorrerebbe riportare il resto dell’articolo, che è di Maria Grazia Bruzzone, che non mi sbaglio se affermo che non scrive più per “La Stampa”!

Assolutamente da leggere, visto tra l’altro il bollino di autenticità che un quotidiano prestigioso come “La Stampa” non poteva non garantire, anche allora. (L’articolo è riportato per interno in appendice al seguente testo.)

  1. L’Ucraina “riunificata” dopo Stalin.

La lotta vittoriosa contro il nazismo, costata a tutta l’Unione Sovietica più di 20 milioni di morti, la funzione unificante del Partito comunista (PCUS) e della sua ideologia, l’apparato federale dello Stato, con il suo potere di controllo e di repressione del dissenso, valsero a superare i traumi terribili della Guerra civile che di fatto si era combattuta in Ucraina nel corso della Seconda guerra mondiale, parallela a quella dell’Armata Rossa contro le armate di Hitler.

Stalin morì nel 1953. Gli successe Kruscev sia come segretario del Pcus che come capo dello Stato dell’Unione sovietica. Nel 1956 denunciò i crimini di Stalin e il culto della personalità al XX Congresso del PCUS, e avviò la destalinizzazione, che favorì la pacificazione con alcune minoranze etniche oppresse da Stalin.

A questo riguardo, nel 1954 donò la penisola di Crimea all’Ucraina, come gesto di fratellanza tra le nazioni “sorelle”, ma anche di riconciliazione rispetto ai conflitti del passato.
Ora sappiamo che in realtà quel dono ha complicato le cose, e creato un intreccio ancora più inestricabile in un territorio già complesso.

  1. L’Ucraina diventa uno Stato indipendente.

La crisi del regime sovietico, il declino economico e le sue conseguenze, non potevano che riaprire le vecchie ferite, i traumi mai elaborati del passato prossimo e remoto, fare di nuovo emergere le faglie, che avrebbero tormentato il futuro prossimo dell’Ucraina.

Ancora alla vigilia della fine dell’URSS, quando già forze centrifughe complottavano alle spalle di Gorbačëv per lo scioglimento dell’Unione, si tenne il “Referendum di tutta l’Unione sulla conservazione dell’Urss” (17 marzo 1991), che proponeva il seguente quesito:

«Considerate necessario preservare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche come una rinnovata federazione di repubbliche uguali e sovrane in cui saranno pienamente garantiti i diritti e la libertà dell’individuo di ogni nazionalità?»

Lo svolgimento fu regolare, il voto segreto. In Ucraina, il 71.8% votò per l’Unione, in Russia il 73%.
La complessità del rapporto tra Russia e Ucraina non è smentita, semmai confermata dal successivo referendum – dopo la Dichiarazione della sovranità dell’Ucraina del 16 luglio 1990 da parte del recentemente eletto Soviet Supremo della Repubblica Socialista Ucraina, e dopo l’Atto di dichiarazione d’indipendenza dell’Ucraina del 24 agosto 1991 da parte dello stesso Soviet – tenutosi in Ucraina l’1 dicembre 1991, in concomitanza con l’elezione del presidente della Repubblica.

L’affluenza superò l’80%, e il 92% degli ucraini appoggiò l’indipendenza e la nascita di uno Stato ucraino. Un ribaltamento del sentimento generale si verificò in pochi mesi, dal marzo al dicembre 1991: prima più del 70% degli ucraini è per l’Unione sovietica, poi più del 90% è per l’Ucraina!

L’onda dell’entusiasmo, che non è detto che sia espressione della corrente profonda sottostante, con il suo effetto di trascinamento e contagio, spiega il ribaltamento, ma è anche segno di un’identità nazionale incerta, divisa, e dunque oscillante, come avrebbero dimostrato gli eventi successivi.

Il percorso verso la democrazia liberale era comunque già stato avviato dallo stesso Gorbačëv, quando il 7 febbraio 1990 il PCUS rinunciò allo status di partito unico, e nelle 15 Repubbliche dell’Unione vennero indette libere elezioni, che videro l’affermazione di partiti nazionalisti e riformatori, e l’avvio dell’iter che avrebbe portato all’indipendenza.

Nei giorni successivi all’Atto di Dichiarazione di indipendenza (24 agosto 1991), il Partito comunista ucraino (PCU) fu soppresso e i suoi beni incamerati dallo Stato.
Il 26 agosto 1990, il comitato esecutivo di Kiev votò per rimuovere tutti i monumenti degli eroi comunisti dai luoghi pubblici, incluso il monumento di Lenin nella Piazza Rivoluzione d’ottobre.

La grande piazza sarebbe stata rinominata Majdan Nezaleznosti (Piazza indipendenza) come anche la stazione della metropolitana posta al di sotto.
Il 28 agosto 1991 più di 200.000 residenti della regione di Leopoli dichiararono la loro disponibilità nel servire la Guardia nazionale.

Una settimana dopo le elezioni, il neoeletto presidente Leonid Kravčuk si unì con la sua controparte russa e bielorussa nella firma dell’accordo di Belaveža, che decretò lo scioglimento dell’URSS, avvenuto ufficialmente il 26 dicembre 1991.

Formalmente una democrazia liberale, l’Ucraina post-sovietica è stata finora governata da una ristretta élite di oligarchi, che sono riusciti a mettere le mani sulle ricchezze dello Stato nella fase turbolenta e torbida delle privatizzazioni, e al contempo a controllare le leve del potere attraverso le elezioni.

La lotta politica è stata sostanzialmente uno scontro tra fazioni, tra oligopoli dell’agricoltura, dell’industria e dell’energia, interessati a controllare la cosa pubblica per preservare e consolidare i privilegi acquisiti.

Ne è derivata una corruzione gigantesca che ha dilapidato le risorse economiche, ostacolato le riforme e la crescita, aggravato le disuguaglianze, e i conflitti sociali e territoriali, reso instabile il quadro politico.

Le oligarchie hanno strumentalizzato il loro radicamento territoriale, rispettivamente nell’Ovest, nel Centro, e nel Sud-Est del paese, facendone la base del loro potere senza farsi scrupolo di mettere i cittadini delle regioni storiche del paese gli uni contro gli altri, di riaprire le ferite ancora dolorose del recente passato, di lacerare il paese lungo le faglie che la storia aveva scavato, di predisporre scelte di politica estera divisive delle varie anime del paese, che invece di trovare la via di una sintesi rispettosa delle distinzioni, hanno rimarcato le loro differenze, fino a divenire contraddizioni insanabili.

In questa lacerazione dolorosa hanno giocato un ruolo determinante le grandi potenze, che hanno appoggiato, galvanizzato e aizzato le fazioni le une contro le altre, fino a destabilizzare le istituzioni, e provocare uno Stato di guerra civile.

  1. Euromajdan. Una nazione divisa.

La vittoria occidentale nella Guerra fredda parve a molti preludere a un’epoca di pace, in cui l’Europa avrebbe seguito la via della concordia e della pacificazione nel nome di valori comunemente condivisi, dopo che nella stessa Russia, sotto la guida del suo primo presidente post-sovietico Boris El’cin, si archiviò il comunismo per adottare il modello economico e politico occidentale, pur con tutti gli enormi problemi e traumi che la svolta, con gli errori e gli opportunismi inevitabili, ha comportato per la società e i cittadini russi.

In questa prospettiva, anche la NATO sarebbe diventata obsoleta, visto che era servita e difendere l’Europa da un nemico che era stato sconfitto.
Anche la Russia poteva integrarsi nell’Europa, e non mancarono tentativi e propositi dichiarati in questa direzione, da entrambi le parti.

“L’ultimo credibile tentativo di legare la Russia all’Europa fu sperimentato da François Mitterrand che nel 1990 propose, incassando il tiepido sostegno di Helmut Kohl, la creazione di una «Confederazione Europea» inclusiva di Mosca.

Il progetto fu bocciato dal Dipartimento di Stato che, invece, sostenne la formazione di un «triangolo strategico», composto da USA, Germania e Francia, dominato da Washington. La prima decisione presa dal triumvirato fu l’espansione delle funzioni dell’OSCE: l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa che annoverava significativamente Washington e Ottawa tra i suoi fondatori.

La seconda fu il rafforzamento della NATO, giustificato dall’emergenza provocata dalle guerre di secessione iugoslave. La terza portò al via libera dato alla precipitosa adesione all’Alleanza Atlantica di tutti i vecchi satelliti europei dell’URSS.” (Di Rienzo, Eugenio. Il conflitto russo-ucraino (Italian Edition) (p.10). Rubbettino Editore. Edizione del Kindle.)

Solo rinnovando per la Russia lo status di nemico inassimilabile e non integrabile, gli USA avrebbero potuto mantenere la loro egemonia in Europa. Non sapremo mai, o ancora per molto tempo, se la Russia è nemico naturale ed eterno, oppure no, dei paesi occidentali dell’Europa.

Iniziò dunque la “marcia verso Oriente” dell’Alleanza atlantica, che avvenne al prezzo “di una sistematica manomissione degli impegni contratti con Mosca prima della riunificazione tedesca.

Nei primi mesi del 1990, il ministro degli Esteri tedesco-occidentale Hans Dietrich Genscher e il Segretario di Stato James Baker, consapevoli che i sovietici non sarebbero stati disposti a ritirare le loro forze dalla Germania orientale in assenza di sufficienti garanzie per il futuro, dichiararono formalmente che non ci sarebbe stata «nessuna espansione dell’Alleanza Atlantica verso est», dopo il ricongiungimento delle due Germanie, e assicurarono Ŝevardnadze e Gorbačëv che «mai e in nessun caso la giurisdizione della NATO e quella dell’Unione Europea avrebbero potuto estendersi alle Nazioni dell’Europa orientale». (Di Rienzo, Eugenio. Il conflitto russo-ucraino (Italian Edition) (p.10). Rubbettino Editore. Edizione del Kindle.)

Accadde tutto il contrario: non soltanto entrarono nella NATO gli Stati dell’Europa orientale ex alleati di Mosca, ma anche le nuove repubbliche baltiche (Lituania, Lettonia, Estonia) che avevano fatto parte dell’URSS.

Una fase successiva iniziò nel 2008, quando al vertice NATO di Bucarest l’Ucraina presentò la domanda per avviare un piano d’azione per l’adesione alla NATO.
La reazione ostile di Mosca, che aveva ragioni strategiche e storiche che avrebbero meritato un’attenta ponderazione, come risulta da quanto abbiamo detto, non scompose gli Stati Uniti, che si dimostrarono favorevoli alla richiesta, ma raccolse la presa di posizione prudente dell’Europa, almeno sul momento.

L’elezione del 2010 di Viktor Janukovyc a presidente dell’Ucraina, che fu legittima e democratica, segnò uno spartiacque drammatico in tutta la vicenda.
Le sue scelte di politica estera, che interruppero l’iter di ingresso dell’Ucraina nell’UE e nella NATO, scatenarono una reazione organizzata di strenua opposizione prima pacifica, e poi sempre più violenta, di migliaia e migliaia di persone che conversero verso Kiev dalle province occidentali – tradizionalmente nazionaliste e russofobe -, risolute a rovesciare il presidente e a ottenerne la destituzione, senza accettare alcun compromesso.

Il cuore delle manifestazioni è stato piazza Indipendenza (in ucraino, Majdan Nezaleznosti).
Si sa del ruolo svolto dall’estremismo di destra fascista e neonazista (Svoboda, Pravyj Sektor, Spilna Prava, Samooborona Majdanu e il risorto UPA) e dall’internazionale neofascista. Si sa pure del ruolo promotore di paesi e organizzazioni europee, in primis gli Stati Uniti. E’ facile procurarsi una bibliografia valida, e approfondire.

E’ certo altresì che si trattò di un colpo di Stato, che consumò la frattura dell’Ucraina lungo le faglie che già la storia aveva scavato, lungo i secoli, e poi reso più profonde durante la Prima e soprattutto la Seconda guerra mondiale, quando il nazionalismo ucraino si alleò con la Germania di Hitler, e ne abbracciò l’ideologia, macchiandosi di gravi crimini contro polacchi ed ebrei.

Sappiamo che il leader del collaborazionismo filo-nazista del nazionalismo ucraino fu Stepan Bandera, una figura divisiva per gli ucraini, non a caso “insignito, postumo, dell’onorificenza di Eroe dell’Ucraina dal presidente Viktor Juscenko alla presenza del nipote Stepan Bandera jr, con la condanna del Parlamento europeo, e le proteste del governo russo, oltre che della comunità ebraica.

Il Consiglio di Stato della Repubblica di Crimea ha annunciato ricorso alla Corte Costituzionale dell’Ucraina contro la decisione, ma tale ricorso è stato dichiarato inammissibile il 5 aprile 2010.

Il 2 aprile 2010, la Corte Amministrativa Distrettuale di Donec’K [nel Donbass russofono] ha dichiarato nullo il decreto di intitolazione, in quanto Bandera non ebbe mai ufficialmente la cittadinanza ucraina […]; un ricorso contro questa sentenza è stato respinto dal Tribunale Amministrativo Superiore dell’Ucraina nel gennaio 2011, rendendo la decisione definitiva. La sentenza è stata supportata dal nuovo Presidente ucraino Viktor Janukovyc.

Numerose piazze e vie sono a lui intitolate in Ucraina, e sono state innalzate anche delle statue che lo ritraggono. Nonostante sia una figura rimasta controversa, dopo l’indipendenza ucraina del 1991, e in particolar modo dopo la rivoluzione arancione del 2004 (e la guerra dell’Ucraina orientale, conseguenza della crisi della Crimea del 2014), Bandera è assurto al livello di eroe nazionale (ad eccezione che per la minoranza russo-polacca che lo considera un criminale di guerra) sulla spinta del movimento Euromaidan e dei movimenti di destra e anti-russi, che si oppongono all’influenza della Russia di Putin sull’Ucraina.

Nel marzo 2019 il Presidente ucraino Petro Porosenko ha ufficialmente riconosciuto ai volontari dell’Esercito Insurrezionale Ucraino lo status di veterani di guerra, al pari dei veterani dell’Armata Rossa.” (Wikipedia)

Stepan Bandera, “eroe” della mancata elaborazione dei suoi traumi storici da pare dell’Ucraina, non è dunque l’eroe di tutta la nazione, ma dell’Ucraina centro – occidentale, così come gli eventi di Euromaidan sono stati una rivoluzione per gli ucraini filo-occidentali e nazionalisti, ma un colpo di Stato per gli altri – russofoni e russofili.

Quello che è accaduto dopo, è la conseguenza inevitabile della rottura dell’unità etnica e nazionale di uno Stato nazionale composito, troppo eterogeneo e complicato per reggere alle tensioni che lo hanno scosso.

Le rivolte anti-Maidan in Crimea, e la “strage di Odessa” (che Wikipedia ha recentemente declassato a “rogo di Odessa” per potere tacere sulla responsabilità delle “eroiche” milizie ucraine di estrema destra) seguita dall’occupazione russa con conseguente annessione, e poi il secessionismo del Donbass russofono, e i massacri compiutivi dalle milizie ucraine di estrema destra mandate da Kiev per contrastarlo, non senza l’appoggio incondizionato di USA e Europa (un’Europa ormai succube di Washington) sul piano finanziario e militare, e non senza l’intervento dei russi a sostegno dei “connazionali”, infine l’emendamento alla costituzione dell’Ucraina del 2019 che stabilisce l’ingresso NATO come legge fondamentale dello Stato, tutto si configura come un’escalation, che nessuno ha voluto disinnescare, che ha preluso all’aggressione russa, e alla tragedia che stiamo vivendo.

CONTINUA


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Carletto Romeo